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Narrativa

Una specie di meditazione

Pubblicato il 06/08/2022

In fin dei conti, siamo tutti un po' Emilia; come lei ce l'abbiamo messa tutta -ma proprio tutta- per tirare un respiro profondo.

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Come tutte le mattine, Emilia aspetta che esca il caffè. Si siede sulla sedia a guardare la fiamma e si alza non appena inizia a sentirne l’aroma forte nell’aria. Ci ficca dentro tre cucchiaini di zucchero, poi butta un occhio al calendario. Fra due giorni è la vigilia di Natale e non ha ancora preso un solo regalo. La macchinetta bollente le scivola dalle mani e il caffè finisce tutto nel lavandino. Emilia guarda l’orologio: punta le 6:47. Cazzo!, lo dice ad alta voce e di riflesso si gira a controllare che non ci siano i suoi figli. Velocemente prepara un’altra macchinetta. Emilia non rinuncia al suo caffè, la mattina, e mentre sorseggia ascolta distrattamente la TV, un certo professor psicoterapeuta che disquisisce sull’importanza –nel contesto frenetico e nevrotico del nostro secolo impazzito- di respirare. Dice così: quando siete nel traffico, in fila al supermercato, in qualunque momento vi sentiate di esplodere, prendetevi tre secondi. Contateli. Respirate. E’ una specie di meditazione. Noterete subito… Stop. Sono le 7:00. Emilia è già in ritardo ed è da quando si è svegliata che ha mal di testa. Stefano nel frattempo si è alzato e si dirige verso la macchinetta pronta. Stai andando tu in posta? Quando suo marito le dice così le fa venire l’orticaria, perché sembra quasi una domanda vera.

Quindi Emilia si mette in coda. Più che una fila ordianta però quella fuori alla posta sembra un assembramento di sardine impazzite. E’ lei l’ultimo?, chiede al signore col cappello davanti a lei, Sì, penso di si. Teresa si domanda perché si trova lì, perché non ci ha mandato Stefano a spedire questa maledetta raccomandata. Guarda l’orologio. Emilia ha un’ora prima di dover essere a lavoro e davanti a lei ci sono almeno dieci persone. Allora le viene in mente lo psicoterapeuta di prima e visto che ha l’ansia e non molto altro da fare nell’attesa, si concede quei tre lunghi respiri.  Signora, signora mi scusi. Ce l’ha con la signora che prima era dietro di lei. L’ha sorpassata senza alcun ritegno. Signora, c’ero io davanti! Ma la signora scrolla le spalle, come a dire: E che vuoi farci? E infatti Emilia non ci fa niente. Che gente, le verrebbe da dire, ma non lo dice. Ormai ha capito che arriverà in ritardo a lavoro e si rassegna a quell’orgia massacrante di stress, sudore, spintoni, alla voce robotica che dalle casse annuncia in continuazione: Serviamo il prossimo cliente.

Lavora nello stesso studio notarile da quindici anni. Lei e il notaio hanno la stessa età, quarantadue anni, ma non se li portano allo stesso modo. Una volta Rossella –questo è il nome del notaio- le disse: Io capisco che la vita sia stressante, insomma, con i figli, il marito, il lavoro... Però, insomma, credo sia importante non perdere la propria identità di donna… Di persona libera… Capisci cosa intendo? Emilia si limitò ad annuire e quando Rossella andò via per lasciarla lavorare si accorse che si era lasciata dietro una scia di vaniglia. Quell’odore, per Emilia, è l’odore dei ricchi. Quando arriva in ufficio, Rossella non accenna ai 45 minuti di ritardo, la lascia lavorare fino a ora di pranzo, quando Emilia si scusa. No, ma tranquilla, la rassicura, Siamo sotto Natale, abbiamo tutti delle cose da sbrigare… Anzi, già che ci siamo, ti spiacerebbe restare un’ora in più? C’è questa pratica urgente e io non posso proprio restare. Ripensa al terapeuta. Certo, non c’è problema, le dice. Quando va via, sulla scrivania in sala d’attesa resta l’ultimo cesto. C’è scritto il suo nome, Emilia, Buon Natale! Dentro c’è della frutta fresca e secca. La lascia lì, dirà che non l’ha vista.

Quando si mette in macchina per andare al Centro Commerciale, Emilia sente di esser stanca. Il mal di testa è peggiorato. A due giorni dalla vigilia, il parcheggio sembra un alveare, un’autentica pista di autoscontri. Lei è l’unica a seguire le indicazioni lì dentro. Individua un posto che si è liberato nelle prime file. Ci si accosta. Mentre fa per immettersi, dal nulla un grosso suv le taglia la strada, si appropria del suo posto. Scusi, Emilia abbassa il finestrino, Quello è il mio posto! Dalla macchina scende un ragazzino. Si guarda intorno, Non penso, le dice in tranquillità. Ma chi credi di essere?, poi al plurale, Credete che il mondo vi appartenga, vero? Voi stronzi con la puzza sotto al naso, abituati a vivere schiacciando il prossimo! Sai che ti dico? Ho mal di testa da tutto il giorno. Te lo dico, ragazzino, sposta la macchina. Il ragazzo scoppia a ridere, un palloncino che si sgonfia. Vecchia e brutta ci sei, pazza pure, le dice e gira le spalle per andarsene. Emilia pensa ancora una volta al terapeuta. Respira profondamente tre volte, le conta. Poi esce dalla macchina, apre il cofano e afferra il crick. Colpisce la macchina del ragazzo, una, due, tre volte, finchè qualcuno non l’afferra per fermarla. Hanno chiamato la polizia. Emilia, comunque, si accorge che il mal di testa le è finalmente passato. Sarà merito di questa specie di meditazione. 

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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di Befu_96

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