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Narrativa

Una storia.

Pubblicato il 12/05/2018

O meglio due storie che diventano una sola.

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Questa è la storia di un uomo di strada. Precisamente un uomo di una strada di Milano abbastanza trafficata. Un uomo a cui la vita aveva tirato addosso tutte le disgrazie che era stata capace di trovare. Prima di tutto gli aveva portato via la madre quando lui era ancora un piccolo e innocente ragazzino, così che lui era rimasto solo con i due fratelli e il padre alcolizzato. Poi, gli aveva fatto capire che non era abbastanza intelligente per studiare, così lui, dopo svariate bocciature, aveva deciso di lasciar perdere senza nemmeno finire la quinta superiore. Si era burlata di lui lasciandogli trovare lavoro in una fabbrica che non era altro che l’anticamera dell’inferno: orari disumani per una paga da schiavo, che nonostante tutto lui era sempre stato disposto ad accettare. Poi un bel giorno, come ultimo regalo, la vita lo aveva fatto licenziare e finire per strada, senza uno spicciolo. Ad accompagnarlo gli erano rimasti soltanto alcuni stracci per non sentire il freddo e un bicchiere di carta lercio nel quale raramente qualche passante impietosito lanciava una monetina.


Vivere in strada non era certo facile. Prima di tutto aveva dovuto ritargliarsi il suo angolino di mondo con i denti, combattendosi un posticino riparato dal vento e abbastanza in vista con tutti gli altri disgraziati che si trovavano nella sua stessa condizione. Era primavera, quando era arrivato per la prima volta sulla strada di Milano, aveva trovato il suo posto dopo circa un mese e non si era più mosso da lì. Tutto sembrava relativamente facile, all’inizio. Era caldo, pioveva poco, la città era piena di turisti, più propensi a donare qualche monetina rispetto ai locali. Poi l’inverno era arrivato. Il freddo umido si era infilato sotto le coperte, si era impossessato del pezzo di cartone che gli faceva da materasso, era ovunque. Tutto era gelido: l’aria, gli sguardi delle persone colmi di disprezzo, i pochi pasti che riusciva a procurarsi. Avrebbe voluto tornare a casa, bambino, tra le braccia di sua madre, e non pensare più a niente.


Anche la stagione fredda, però, se n’era andata. Ed era tornata per andarsene nuovamente l’anno dopo. Tutto si susseguiva in un continuo soffrire caldo e gelo, fame e sete, solitudine e povertà. Avrebbe tanto desiderato trovare un lavoro, ma non sapeva nemmeno da dove cominciare a cercarlo in quelle condizioni. Sapeva di avere bisogno dell’aiuto di qualcuno, eppure non c’era nessuno nella sua vita a cui lui potesse rivolgersi. Finché una sera, la sua storia si intrecciò con quella di un altro essere, ancora più sfortunato di lui.


Era un giovane di appena vent’anni, con cui la vita aveva giocato ancora più malignamente di quanto non avesse fatto con l’uomo di strada. Questo era un uomo di treno, o meglio un uomo di guerra, di deserto, di barcone e poi di treno. Aveva passato più di un anno a scappare. Non sapeva leggere né scrivere, né tantomeno parlare italiano. Non sapeva nemmeno contare. Sapeva soltanto cos’erano le bombe e i missili e i bombardamenti notturni che facevano tremare tutta la terra intorno a lui. Sapeva che in quel posto un bel giorno non ci sarebbe più stato nessuno di vivo e che quindi tanto valeva scappare quando ancora due gambe le aveva. Così aveva camminato, aveva dato tutto quello che possedeva al primo che gli aveva promesso di portarlo in una terra nuova, ricchissima, in cui avrebbe potuto ricominciare. Aveva visto il mare, se n’era innamorato e aveva finito con l’odiarlo su quel barcone pieno di gente che piangeva, gemeva e puzzava terribilmente. Alla fine era riuscito ad arrivare alla sua terra promessa e aveva trovato soltanto odio. Avevano cercato di rinchiuderlo in una sorta di campo con tutti quelli che come lui avevano la sfortuna di avere la pelle scura e di non avere un nome o un permesso per stare lì. Era riuscito a scappare, aveva rubato e rincorso treni finché non si era ritrovato nella grande città di Milano una notte d’inverno. Era appena arrivato con l’ennesimo treno, voleva provare a cominciare una vita lì.


Faceva freddo, troppo freddo per lui che nella sua terra d’origine non aveva mai nemmeno sognato la neve. Aveva fame, perché gli ultimi soldi li aveva spesi per comprare un biglietto del treno, e pure un biglietto sbagliato che gli era costato il rimprovero del controllore e la minaccia di una multa. E sì, forse si era anche perso.

Così questa è la storia di un uomo di strada, miserabile, che si vede passare davanti un ragazzino impaurito, affamato e infreddolito. Le temperature sono sicuramente sotto lo zero di qualche grado. E l’uomo di strada, che non ha più niente, chiama il ragazzo di treno con un fischio e gli fa cenno di avvicinarsi con la mano. Un gesto universale, che non ha bisogno di essere tradotto in nessuna lingua. Dividerà la sua coperta con lui, gli fa capire, poi spezza il pane raffermo che gli è rimasto dal giorno prima, quando ha potuto permettersi di entrare in un bar per spendere qualche euro. E per una notte, per entrambi fa un po’ meno freddo.

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Edoardo Radaelli ha votato il racconto

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Ma dai anche la multa no Segnala il commento

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LOU ha votato il racconto

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Paolo Fiorito ha votato il racconto

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Orso Bruno ha votato il racconto

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Attuale e per questo forse non così originale, imperfetto, eppure arriva dove deve arrivare.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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di Edema Ruh

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