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Autobiografia

UNDICI

Pubblicato il 29/04/2017

Un racconto antico: quella che ero. Il perdono e la pace che sono, oggi

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Spesso faccio un sogno. E' il tramonto. Sono seduta nella veranda di una casa al mare, mi dondolo con in braccio un neonato, che allatto. Siamo nudi entrambi. Lui é mio figlio. Lo so perchè ha i miei occhi e i miei capelli.

Ma io non partorirò mai un bambino. Non posso averne. La chemioterapia e il cobalto hanno bruciato le ovaie e condannato l'utero ad uno stadio infantile. Un giorno dovrò fare i conti con la maternità negata, prima, però, voglio sconfiggere altri demoni, altri fantasmi.

Mi ricordo tutto. Era un'estate calda, l'estate in cui é cambiata la mia vita. Per sempre. Sono bastati undici mesi di veleni anti-cancro a farmi a pezzi, a distruggere il mio corpo e il mio spirito. Il dolore, la paura e il senso di morte che ho provato allora mi accompagnano quotidianamente. Sono una sopravvissuta. Anche Lidia lo é, senza una gamba. Si é sposata a marzo. Talvolta mi telefona e mi chiede di vederci, ma io mi ricordo quando, di notte in ospedale, si svegliava gridando, perchè il male all'arto amputato la rendeva pazza, e temo di non riuscire a reggere il suo sguardo. Federica e Anna, invece, sono morte davvero. Una completamente calva, a dieci anni, l'altra gonfia di cortisone, il viso tondo come la luna, le labbra livide di disinfettante...

Papà e mamma mi raccontarono delle loro morti solo per convincermi dell'opportunità dell'ultima dose, quella che, di sicuro, mi avrebbe salvato, anche se io giurai che Dio aveva promesso di proteggermi. Non credettero a me, e nemmeno a Dio, ma riposero la fiducia nei medici dell'Istituto dei Tumori.

E' l'inferno, quel posto. La stanza degli orrori e delle torture. Vi accadono cose degne di un lager nazista. Si aggirano per i suoi corridoi esseri pelle e ossa, con flebo e tubi ovunque, privi di capelli, cadaveri ambulanti. E aguzzini, che si sono accaniti contro di me. Come ho potuto sopportare, come pensavano che ne sarei uscita? Come? Guarita, forse? Prego, Signori, accomodatevi, lo spettacolo é grandioso: a destra il pubblico della chemio, a sinistra per il cobalto...

Sono trascorsi diciassette anni, ma, delle volte, mi torna in bocca il sapore della puntura bianca, CRISTINA, come la chiamavo io, insieme alle sue due sorelle, quella ROSSA e quella ARANCIONE; le vedevo scorrere in vena, scendere fino alla punta dei piedi e tornare sù, in gola, per impedirmi l'uso della parola. Nei sette giorni successivi vomitavo e basta. Vomitavo l'anima. Poi tornavo in classe, dove i compagni, deliziosi, mi avevano soprannominato LA MORTA CHE PARLA.

Ricordo che anche il rito della lombare mi terrorizzava. Scappavo per l'ambulatorio come un ragnetto braccato. Prendetela! Prendetela! Si é barricata in gabinetto, convinciamola che é necessario! Quante inutili bugie... Eppure i bambini non sono stupidi, e hanno dei diritti. Ma nessuno sembrava preoccuparsene. Nessuno diceva la verità, nessuno mi ascoltava.

Mi ricordo un regalo di Dio. Era un sabato di maggio, chiusa nel bagno della scuola pregavo affinchè i globuli bianchi potessero essere bassi: proprio non volevo sottopormi alla chemio, quel week-end. Desideravo essere normale, mangiare un gelato, andare al cinema, giocare con le amiche... Piansi a lungo quando gli esami risultarono sballati per poter affrontare la seduta. Non finirò mai di esserti grata, Signore, per quella briciola di gioia inaspettata.

Se oggi qualche oggetto freddo mi sfiora la pancia, vengo immediatamente strappata al presente e catapultata nella camera della morte, nei sotterranei dell'Istituto, dove si svolgeva la radioterapia. Arrivavo lì giù in sedia a rotelle (ero troppo debole per camminare), e trovavo ad accogliermi tanti premurosi mostri vestiti da macellai, che mi adagiavano su un tavolo gelido, mi coprivano il ventre con placche di metallo e, da dietro il vetro della sala comandi, muovevano sopra il mio addome una macchina rumorosa e sinistra. Avevo così paura! Volevo urlare, correre fuori... Aiuto! Aiuto! Mamma, papà, dove siete? Non c'erano. Ero sola. Sola con la fine del mondo.

Sono stata violata, vivisezionata e scrutata fin dentro ogni segreto anfratto della mia essenza.

Bisogna dire forte che la chemioterapia, il cobalto e la radioterapia distruggono un essere umano, lo annullano, fanno tabula rasa della sua dignità, dei suoi sogni, progetti, speranze, e, se lo salvano, è ad un prezzo troppo alto. Nel giugno del 1981 avevo undici anni ed ero una bambina felice. A settembre sembravo uno spaventapasseri, lo spettro e l'ombra di me stessa. Con un soffio il destino mi ha rubato l'adolescenza e il futuro. Non perdono il destino. Non perdono il cancro. Nè la chemio. E ho tanta nostalgia della Rebecca che hanno ucciso.

Solo in rari momenti luminosi la tristezza si scolora e sento che, nonostante ciò che é accaduto, o forse proprio per questo, sono capace di amare molto, di guardare in profondità, di capire prima e vivere di più. La sofferenza non può nulla rispetto alla pienezza, alla totalità e all'infinità cui appartengo. Dentro ai miei occhi, che non sono mai cambiati, neppure quando stentavo a riconoscermi, ritrovo sempre me stessa, quella che era scritto diventassi: una persona serena, come é nella mia natura, circondata d'affetto, pacificata col passato. L'unica possibile Rebecca. 

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