In quale disposizione d'animo potrà mai trovarsi un'ipotetica creatura cui, per uno strano gioco del fato, sia negata ogni altra consapevolezza al di fuori di essere un ungulato?
Potremmo supporla felice, giacché essa sa su di sé molto più di quanto non sia concesso a qualsiasi altro animale, ammesso che una tale creatura abbia effettiva contezza di cosa significhi un animale; ma sarà tuttavia più facile immaginarla inquieta, non paga di questa identità dai contorni troppo sfumati e desiderosa di approfondire la sua posizione e il suo ruolo nel mondo. 

Ad esempio, saprà di essere erbivora, e che cammina sulla punta delle dita a causa di una cattiva abitudine ereditata dai suoi progenitori, che ha fatto sì che col tempo le unghia si trasformassero in zoccoli; ma le resterà sempre il dubbio se il suo verso, che sente uscire dalla sua bocca senza riconoscere, debba chiamarsi grugnito, nitrito o belato. Si chiederà incessantemente se il suo destino sia quello correre tra i boschi, di saltare tra le rocce per le cime di alta quota o di rotolarsi nel fango, in uno stagno semi prosciugato. 

Incerta sull'alimentazione, tentennerà più di una volta davanti a rigogliosi pascoli, affonderà circospetta il muso in una mangiatoia ricolma di biada e tenterà controvoglia di afferrare, con la proboscide, il fogliame multiforme che penzola dagli alberi di una foresta. Indecisa anche sui rapporti con gli uomini, si farà montare in sella da cavalieri e da fantini, ma allo stesso tempo porterà sulla sua gobba arcigni tuareg verso oasi e villaggi sconosciuti, percorrendo le enormi distese di sabbia del deserto del Sahara. 

Forse le rimarrà istinto a sufficienza per imbastire i suoi amori, che vedrà di volta in volta somigliare a un cerbiatto, a un asino, a un cinghiale, a uno stupefacente cavallo, a una giraffa, a un immenso ippopotamo, e queste altre creature, riconoscendo nelle sue fattezze quelle di un nobile antenato, probabilmente le si concederanno subito, come obbedendo a fantasma primordiale. Ma cionondimeno, fuggiranno non appena si renderanno conto di avere giocato imprudentemente con una rischiosa astrazione. 

A questo punto l’ungulato comincerà a chiedersi se la sua vita non manchi di determinazione, se per le troppe possibilità che racchiude, il suo destino non sia quello di restare, per sempre, un essere in potenza. Si sentirà in scacco, afflitto dal dubbio che essere molteplice non voglia dire altro che essere niente. 

Ma non per questo smetterà di bussare alle porte del mondo in cerca di se stesso, e anche allora non sarà difficile trovare qualcuno che si dica pronto a giurare di averlo visto galoppare verso un fiume, veloce come il lampo, mugghiando al vento e protendendo il suo corno di rinoceronte verso il cielo in segno di sfida.