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Storico

Sangue & Acciaio

Pubblicato il 10/01/2019

Si va all'assalto! Il 4 luglio 1915 gli italiani attaccano Quota 142 sul Monte San Michele e la conquistano. La battaglia vissuta con gli occhi di un giovane ufficiale.

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Savoia!

Un grido squarcia la quiete apparente del colle. Si va all'assalto contro le trincee austriache, dritti in bocca alle mitragliatrici Schwarzlose, prelibato pasto per mostri sputafuoco. Senza averne nemmeno la percezione, scatto in avanti anche io, sciabola in pugno, in testa al mio plotone.

Ratatatatata, tragica sinfonia.

La formazione a ranghi serrati si scompagina. Non è tattica ma istinto di sopravvivenza. Bisogna salvarsi, scomparire all'occhio vigile della mitraglia. Un cratere fangoso è la nostra salvezza. Mi lancio dentro seguito dai soldati. Un rivolo di sangue scorre patetico sulla mia giacca. Solo un colpo di striscio. Poso poi lo sguardo su quei soldati. Fatica, rassegnazione, rabbia e paura, tutte sensazioni contrastanti ma che insieme formano l’essenza della guerra. Abbiamo le uniformi sporche, gli stivaletti sono lordi di terriccio rossastro del Carso. Questa terra ti penetra nella pelle e nelle ossa; è il simbolo di questa guerra.

Una foschia densa s’è alzata sul campo di battaglia. I raggi del sole penetrano attraverso il pulviscolo. I nostri morti sono dappertutto. Un soldato è stato colpito alla testa da una fucilata poco prima di entrare nella buca ed ora giace riverso nel fango con il volto che affonda nella terra molle. L'impeto del nostro assalto è stato fiaccato dal fuoco nemico ma dalle nostre trincee non hanno esitato a lanciare una seconda ondata di fanti contro le posizioni austriache.

Ratatatatata. Secondo atto di quest’opera di morte.

Non possiamo restare immobili mentre i nostri si fanno ammazzare. La mente mi suggerisce di restare acquattato nella buca ma il cuore mi ordina di uscire allo scoperto. Senza nemmeno accertarmi d'essere seguito da quei fantaccini inzaccherati mi arrampico sul cratere ed inizio la mia corsa in avanti. Le pallottole colpiscono nel mucchio. Molti muoiono senza nemmeno avere il tempo di rendersene conto. Scovo alcuni soldati che sparano contro le postazioni austriache. «Potete fare poco da questa distanza. Baionetta inastata ed avanti!». Soldati provenienti da altri plotoni si radunano attorno al nostro gruppo; vedere un ufficiale ancora in vita è una fortuna per loro. Più di qualche ufficiale giace sul terreno esanime, sciabola o frustino nella mano guantata, l'uniforme sartoriale invermigliata nel punto esatto dove è arrivato, implacabile, il piombo nemico.

Siamo ormai vicini ai trinceramenti austriaci. Il fuoco nemico aumenta d'intensità, l'alfiere del reggimento incita i soldati ad andare avanti sventolando la bandiera di guerra. Quel tricolore che garrisce al centro del campo di battaglia non passa inosservato. Mi giro verso quell’ufficiale senza interrompere la mia corsa, giusto in tempo per vederlo crivellato dalla mitraglia. La bandiera cade a terra, qualche fante nella corsa la calpesta, un caporale la raccoglie e prende il posto del sottotenente alfiere caduto.

Saltiamo nella trincea austriaca. Ci prendono in un fuoco d'infilata. Affondo la sciabola nel ventre di un ufficiale ungherese e con un urlo ferino tiro un fendente sul dorso di un soldato nemico. Sento il braccio sinistro andare in fiamme, mi volto, è un capitano nemico con la pistola ancora fumante in mano. Ha mancato di poco il bersaglio. Faccio come per andare incontro all’austriaco. Prende di nuovo la mira ma viene sorpreso alle spalle da uno dei nostri con il calcio del fucile. Ringrazio quell'ignoto soldato dai lineamenti duri, il viso abbronzato pieno di solchi. Mi infilo nello stretto budello di una trincea di collegamento. Risulta difficile fare qualche passo, lo spazio è ingombro di cadaveri italiani ed austriaci. Si campa o si crepa a seconda del plotone in cui si capita, del punto in cui ci si trova, è un caso totalmente fortuito. «Se ne vanno – urla un soldato – salgono verso la vetta del San Michele». Esausto cado sulle ginocchia, l'uniforme impiastrata di terra rossa, la sciabola stretta in mano, le fini incisioni cesellate sulla lama hanno preso il bel color porpora del sangue.

Dopo aver radunato i resti del mio plotone, faccio un giro nella trincea appena conquistata. Morti, feriti gementi, prigionieri austriaci tenuti sott'occhio dai nostri con le baionette spianate. Mi faccio largo in quell'ammasso di disperati e getto uno sguardo alle pendici della collina. Il terreno, con qualche ciuffo d'erba e qualche fiore coraggiosamente sbocciato sparsi qua e là, era cosparso di morti. La mia vita precedente, quella passata tra le aule universitarie, la saletta dell'Aragno ed i giardini della Capitale sembra essere appartenuta ad un estraneo. Avevo sognato una guerra con bandiere al vento, bande musicali, ragazze affacciate a balconi colmi di fiori che lanciavano baci ai soldati. Una guerra d'eroi non una guerra di macchine. Un cavalleresco duello e non una tempesta d'acciaio. Questa guerra non vuole l'impresa del singolo ma la rassegnazione della massa. Siamo morti come eroi per rinascere come uomini.  

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Paul Olden ha votato il racconto

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Viola ha votato il racconto

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Roberta Spagnoli ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Gabriella Pilotti ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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