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Non-fiction

USCIRE DALLA CAVERNA (O RESTARCI?)

Pubblicato il 22/05/2020

Come il mito platonico insegna, noi tutti interpretiamo il mondo per le ombre (televisive) che ci vengono offerte. Abbiamo però la responsabilità di scelta se affrontare la luce direttamente o rimanere a contemplare riflessi proposti. E se sì, a che prezzo?

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Siamo ora consapevoli che la pandemia di SARS-CoV-2, per gli amici Covid19, abbia davvero contagiato tutti al mondo.

Mi riferisco ai diversi modi del manifestarsi di tale morbo: quello clinicamente evidenziato, piccola percentuale peraltro distribuita in tutti i continenti fuor dell’Antartide, del relativamente esiguo numero di decessi concomitanti alla manifestazione della malattia stessa, mentre la forma più insidiosa e subdola quanto ubiquitaria dell’infezione trasmessa è stata ed è quella mediatica che ha cortocircuitato le vie neuronali di tutti noi.

Da questo avvenuto cablaggio nessun antivirale, alcuna plasmaferesi, non vitamine né altro rimedio potrà eradicare dalle profondità del nostro encefalo quelle modalità di risposta quasi pavloviane che ora manifestiamo agli input più disparati in arrivo dal mondo esterno. Tutto è vissuto in reazione dovuta all’inferenza che il virus stesso, inoculato e ormai incistato per via elettronica, ha generato: paura, sospetto, ansia in uno stato emotivo emergenziale permanente.

Il maledetto ospite continuerà ad allignare nelle sinapsi per mesi ed anni nelle reti della memoria di ognuno di noi come meme, elemento parassitante propagatosi per mezzo di una efficace regia del terrore.

Una condizione culturale massificata, che tocca ogni strato sociale: penalizzante per i più, favorente per i pochi che sanno trarre da ogni accadimento opportunità a loro utili.

Virus di origine naturale o rettificato in laboratorio non possiamo a tutt’oggi dire ma ognuno di noi è testimone del risultato derivato dalla sua diffusione. Certamente rilevante come problema di salute pubblica, ma non meno importante il danno procurato nel nostro psichismo determinato in larga parte dalla paura indotta.

Siamo cavie più o meno consapevoli di un esperimento sociale planetario. Chi lo dirige “surfa” sull’onda lunga del contagio cercando la traiettoria migliore per cavalcarla, testando lo stato di subordine di cui siamo capaci quando minacciati da un pericolo vero o ritenuto tale. Di quanto pronti a barattare libertà individuale e sociale con una speranza di protezione.

Quanto accaduto (e accade) è servito (e serve) come Grande Prova Generale (casuale? Voluta?) per chi nutre desideri autoritari di governo in un mondo prossimo venturo.

Con un effetto domino il virus mediatico ha agito generando comportamenti stereotipati: le immagini di segregazione sociale in Cina hanno determinato la risposta conformata ad un modello proposto. Un effetto fotocopia, elettronicamente diffuso e planetariamente recepito con poche variazioni sul tema.

La risposta politica, timida e apparentemente scettica dell’inizio ha poi avuto un atteggiamento ondivago virando da “non succederà niente” a “siamo come in guerra” del mese di marzo grazie anche alla campagna terroristica di virologi di regime, salariate Cassandre.

Ha prevalso la reazione fortemente interventista e difensiva fatta maturare in un clima di paura crescente.

Imboccata quella, il Governo ha deciso, con lo stato di emergenza,  l’instaurazione di una sorta di arresti domiciliari per tutti i cittadini privandoli di molti diritti (importanti) garantiti dalla Costituzione: tutto ciò con lo scopo dichiarato del contenimento alla diffusione del virus, gravato però da effetti collaterali (sanitari in senso allargato, sociali, relazionali, economici e quant’altro) delle cui conseguenze siamo solo all’inizio della loro contabilizzazione.

Una cronaca metodicamente quanto mediaticamente espressa in favore della diffusione di uno stato di paura crescente che è andato ben oltre il reale timore del contagio contribuendo in maniera determinante all’instaurarsi di una sorta di psicosi collettiva che ha partorito l’inebetito consenso ad una cessione di diritti contro una promessa di salute.

Il Sistema Globale accortosi della sua stessa fragilità ha reagito in maniera autoritaria. Una governance peraltro incompetente è stata succube di un manipolo di tecnici che hanno – anche con conflitto di interessi - suggerito al Governo misure restrittive da applicare che la politica ha presto imparato ad apprezzare.

La fase due terminerà non prima di “avere un farmaco e vaccino per combattere il virus”. Parole inquietanti arrivano dai centri decisionali.

In realtà di farmaci ne abbiamo molti ed efficaci e altrettanto di metodiche mediche quali la plasmaferesi già applicata con successo dalle equipes dell’ospedale di Mantova e Pavia per la cura. 

Il vaccino è là da venire, sempre ammesso che lo si trovi: quello per la HIV sono trent’anni che lo si cerca ma il virus muta sfuggendo all’antidoto.

Ci si accontenterà di un antivirus sui generis utile a chi l’avrà commercializzato.

Noi tutti, col nostro ospite ben allignato in testa, viviamo d’ora innanzi in libertà vigilata preoccupati per le “pandemie” prossime venture di cui già ci hanno vaticinato i padroni del vapore pronti ad instaurare uno stato di permanete sudditanza da dittatura sanitaria che (forse) saremo cadavericamente pronti ad accettare.

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Condivido il tuo pensiero, non sarà un virus a decretare la fine dell'umanità. O quanto meno, i danni peggiori ci derivano da altri mali.Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Helena ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Molto veroSegnala il commento

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di Nuwanda

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