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Storico

Va l'alpino

Pubblicato il 11/06/2019

Sulle alte cime.

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Un grigiore lattiginoso aveva svegliato gli alpini quella mattina, al posto dell’abbagliante chiarore del sole.

“Pare di essere capre!” aveva sbottato il Beppe, e Giovanni non aveva potuto dargli torto.

Sembrava davvero di essere capre, rintanati in quel bivacco di pietra, meno che una stalla improvvisata, che riparava a malapena dalle intemperie. Eppure, anche il Beppe sapeva che avrebbe fatto meglio a non lamentarsi, perché era sempre meglio un rifugio da capre, piuttosto che avere solo il cielo sopra la testa.

Erano partiti in centodieci: una delle brigate più grosse che l’intera provincia avesse mai visto. Erano stati spediti quasi subito sulle montagne, e nessuno se ne era stupito, perché, dove altro potevano mai essere piazzati degli alpini?

Certo, era passato così poco tempo che alcuni dei nuovi arrivati non avevano ancora imparato a tenere in mano un fucile, ma nessuno aveva trovato strana questa fretta. Si era pur sempre in guerra, e in guerra, generalmente, si tendeva a perdere meno tempo possibile.

La mamma di Giovanni era stata contenta, quando il figlio le aveva detto che si era arruolato negli alpini. Almeno so dove sarai, aveva detto. La donna aveva confidato nel fatto che, arruolandosi in un corpo alpino, Giovanni sarebbe stato spedito sui monti dietro casa, anziché chissà dove nel resto del Regno d’Italia.

“Se proprio devi morirmi ammazzato, meglio che sia vicino a casa. Così almeno potrò riavere il mio figliolo, in un modo o nell’altro”

Un commiato forse un po’ cinico, ma Giovanni non gliene aveva voluto. Al contrario, la capiva: era tremendo, vedere figli e mariti partire per la guerra, ma non vederli mai tornare... Avere un corpo su cui piangere, sapere che la tomba a cui andavi a pregare non era vuota, dava un inspiegabile effetto di pace, rispetto a quello che provavano le famiglie dei dispersi, o di chi era caduto in terre lontane.

Giovanni marciava e si appostava con i suoi compagni, su monti che conosceva come le proprie tasche, su cui aveva imparato a camminare da bambino. I suoi compagni venivano quasi tutti da zone vicine alla sua, e parlavano un dialetto molto simile al suo. Una fortuna, questa, che permetteva di capirsi senza bisogno di cercare di usare l’italiano, che sapevano tutti poco e, generalmente, molto male.

Dei suoi amici, solo al Beppe, quello che veniva da più lontano, toccava ogni tanto ricorrere a qualche parola nella lingua che, almeno in teoria, era la loro lingua nazionale. Il più delle volte anche lui se le ricordava talmente male, che bisognava ricorrere a Don Firmino per farsele tradurre.

Erano partiti in centodieci, ed erano stati spediti sulle montagne di Giovanni dopo pochissimo tempo. E dopo altrettanto pochissimo tempo erano rimasti in settanta.

Non tutti erano morti: molte unità erano state dislocate. Ma anche così, Giovanni aveva visto morire molti dei suoi compagni. Ogni mattina, quando si svegliava, si stupiva di essere vivo. Così come, appena passata la sorpresa di scoprirsi ancora vivo, controllava i suoi compagni, e si stupiva di vedere qualcun altro, del gruppo di compagni partiti con lui, che si svegliava ancora.

Degli amici dei primi giorni, tra chi era morto e chi era stato trasferito, erano rimasti solo in sette: Giovanni, Silvestro, Elia, il Vanín, che era Giovanni anche lui e dunque bisognava distinguerlo, il Beppe, Guglielmo e Piero. Tutti acciaccati, tutti infreddoliti, e tutti che si stupivano ogni mattina di essere ancora vivi.

“Eh, la gloria della vita del soldato” brontolava spesso Piero, rammendandosi i calzini quando trovava del filo per farlo.

“Taci e mangia” gli rispondeva sempre il Vanín, che era il più prosaico del gruppo, ma anche quello che riusciva sempre a trovare qualcosa da mangiare, sia che fossero bacche, sia che fosse polenta e formaggio.

“Don Firmino ha sentito dire che ci spostano” diceva spesso Guglielmo, generalmente mentre inghiottiva, senza guardarlo, qualsiasi cosa in cui consistesse il rancio.

“Lo dici sempre. O sei tu che non capisci, o lui è il prete più stupido che abbia mai visto” ribatteva puntualmente Elia.

“Taci tu, blasfemo!” gli rispondeva il Beppe, che però gli dava ragione: Don Firmino, o era stupido, o era sordo, perché, di tutte le volte che aveva detto di avere sentito gli ufficiali discutere qualche spostamento, non ci aveva azzeccato una buona volta. O era sordo, o sentiva le voci degli angeli, e per giunta di angeli male informati.

Giovanni, nel suo piccolo, condivideva ogni opinione. Soprattutto, ripensava ai manifesti o alle voci degli strilloni e di chi aveva esaltato la guerra, di chi gli aveva detto, giovanotto, la vita da soldato è la migliore che c’è. Eppure, a mangiare più polvere che polenta, tra scarpe rotte, calzini sempre bagnati, fucili che si inceppavano, sassi per cuscino, e cecchini austriaci che magari avessero avuto una mira peggiore... Giovanni, come Piero e tutti gli altri, di gloria ne vedeva gran poca: o era la vita dell’alpino, che di glorioso aveva poco, o qualcuno gli aveva mentito.

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Caucasica ha votato il racconto

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