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Vacanze

Pubblicato il 03/06/2018

I viaggi aprono sempre esperienze alternative.

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Oggi.

Sono sempre stato fortunato, a detta di tutti.

Più te lo dicono e più te ne convinci, d’altronde perché non dovrebbe essere così?

Anche solo a compensazione dello schifo che ci circonda in questo mondo.

Ora però che sento il metallo che si aggrappa alla mia carne, e la tagliuzza in direzioni non prevedibili mi chiedo: la fortuna ha forse una data di scadenza?

Ieri (ieri?).

Guidavo a forte velocità, accelerando in base al ritmo di quello che passava la radio. Charlotte aveva proposto di trascorrere qualche giorno nel cottage di suo padre, aveva insistito con delle scuse assurde ma sufficienti per dirle ok; ora però stava rompendo incredibilmente le palle con discorsi esistenziali rovinandomi il brivido, la connessione con il suono del motore.

A pochi chilometri dalla stradina che ci avrebbe portato al cottage, si attraversava un paesino insulso, anonimo, con fabbricati smessi, testimoni di un improbabile periodo florido. Quel metallo scrostato adesso metteva solo brividi e toglieva decisamente la voglia di inoltrarsi a curiosare.

Abbiamo lasciato la zona industriale fantasma al suo destino, viveri e benzina erano necessità primarie da soddisfare.

Ho fermato la macchina all’unico distributore a mia memoria di quella zona. 

Siamo scesi, ho accarezzato senza pensarci il metallo caldo e mi sono stiracchiato. 

Charlotte era già entrata a tutta velocità al negozio a qualche metro di distanza, precisa ed organizzata come sempre.

Adesso.

1, 2, 3, 4, 5, …. 25, 26, 27 …

Ok (sospiro..), ho resistito un po’ di più, ora devo chiudere gli occhi un’altra volta, sono stremato.

Tic- tac!

Ecco sono ritornato, sono presente, sono qui. 

La luce è accesa adesso e dondolo un po’ di più. 

Cos’è questo odore? Non mi sembrava ci fosse prima, ma tutto è abbastanza relativo. 

Vorrei riuscire a fermarmi, ma il sangue mi dà alla testa, pulsa tremendamente ed è fastidioso. 

Fastidioso? Se potessi riderei facendo rimbombare il suono fino alle ossa, ma non sono sicuro che le mie ossa ci siano ancora.

Sto sudando, gli occhi sono zuppi e del resto la legge di gravità non si smentisce. 

Potrei provare a muovere qualcosa, le dita delle mani per es., ma questo mi farebbe dondolare ancora di più. 

Ho la nausea e l’odore non aiuta. 

Trattengo il fiato ma è una agonia atroce, la pelle si squarcia, e rilasciare l’aria mi fa tossire, e se tossisco mi muovo e se mi muovo sento male, dappertutto.

A che punto eravamo?

Ieri.

Un vecchietto simpatico, con grandi baffi e un cappello logoro si è avvicinato chiedendomi se avevo bisogno di aiuto nel rifornimento. 

La sua voce era impastata, grattava le parole e si muoveva con un po’ di difficoltà. 

Il nonno dice: “ci sono parecchi divertimenti interessanti da queste parti, anche se non si direbbe, di quelli che ti lasciano i segni”.

Mi giro e vedo due ceffi trascinare Charlotte verso un furgoncino. 

Il mio cervello non aveva ancora registrato quanto stava capitando, e stavo già correndo verso di loro.

Il vecchietto mi si è avventato addosso, facendomi cadere per terra.

Non penso possiate immaginare quanti riflessi di luce abbia una mazza di metallo che con un colpo solo ti fa sentire che la testa si sta staccando dal collo.

Tic-tac!

Mi risveglio in un capannone, neon dell’anteguerra, buio e luce disordinati. 

Ho male dappertutto, sono seduto, legato e imbavagliato; lì vicino ci sono altri due nelle mie stesse condizioni.

Il vecchio dice: “Siete pronti per la scommessa?” e ci fa portare in una specie di arena parzialmente illuminata. 

Ho capito dopo che la domanda non era rivolta a noi.

Alle pareti c’è di tutto: coltelli, mazze, ganci da macellaio, seghe di varie misure, stracci, scotch, secchi, teli di nylon, ma non sono sicuro di aver messo a fuoco bene. 

Sopra le nostre teste un orologio digitale con tanto di sirena.

Il pubblico lo noti un attimo più tardi perché è silenzioso e in attesa: entrano i campioni.

Adesso.

Sono svenuto varie volte, i numeri non mi servono più, non ho più molta resistenza ormai.

La folla ha gridato, lanciato oggetti, uno dei campioni è stato fatto fuori; non so che fine hanno fatto gli altri due tipi.

Il conto alla rovescia segna un minuto.

Mi staccano dalla carrucola, il tavolo è di metallo, vedo uno dei campioni. 

Mi si avvicina con una piccola sega elettrica, punta dritto alla mia faccia, cos’altro vorrà staccare?

Il corpo mi si spezza in due: sopra sono immobile e in agonia, vorrei urlare ma non so come si fa; sotto le gambe tornano in vita, prudono per il tessuto appiccicato e pulsano per il sangue che ricomincia a scorrere.

Crack!!!!

L’alternatore salta, buio all’improvviso, il campione si ferma sorpreso.

Prendo la sua testa con le dita rimaste e gli ficco in bocca il moncherino fasciato dallo scotch, benda grezza ma efficace; si sbilancia, lo immobilizzo alla gola con le gambe. 

La sega elettrica ha un bel suono ora e il campione grida a pieni polmoni.

Per un momento, la fortuna mi abbraccia ancora.

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