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Horror

Venezia Dalilà

Pubblicato il 19/04/2017

Due ragazzi e una gita a Venezia fuori porta. Dove le ore sono corte, la notte arriva presto. Due passi nella città ed è già troppo tardi per guardarsi indietro. Cossa ghe s'è? Sitto mai stà a Venésia?

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Venezia Dalilà

Ai matti, come zia Kater


«Andiamo a Venezia» – le aveva detto. «Sì» – aveva risposto, senza pensarci.

Era uno di quei pomeriggi, l’inerzia aveva smesso di coccolarli da poco. Orfani, si costringevano a piccoli giochi di violenza terapeutica. C’era un muscoletto all’interno della cavità delle loro ginocchia, dal lato morbido della gamba destra: lo tendevano. D’un tratto, il bisogno di evadere. Erano partiti la mattina seguente.

«Movete ostia, cossa ghe s’è? Sito mai stà a Venésia?» – la donna che l’aveva urtata sfoggiava un solo dente, affogato in una bocca nero petrolio. 

Sì, era stata a Venezia, una volta, tempo fa. Per quanto si ostinasse non era in grado di estrarre quel ricordo dall’oblio. Ricordava, soltanto, le rughe delle mani che la portavano a spasso, o la dimensione dell’indice che si premurava di accompagnarla verso le cose, verso i racconti che vi erano sepolti. «Palazzo Ducale! La residenza del Doge si regge sul nulla!» – ancora oggi, il senso di quella frase era per lei un mistero.

«Dise tuti cussì, mi so stà a Venesia, me ricordo gnente. Camina va, levate, torda» – ne fu profondamente turbata. Se ne rese conto soltanto quando si trovò a stringere tra due dita l’unico dente di quella povera donna. Con disgusto, notò che era marcio.

Non fu una giornata qualsiasi. La lontananza dai luoghi di culto la distrasse dalla peculiare stranezza degli accadimenti e la condusse nelle calli più interne. Quando venne il buio, la nebbia avvolse lo scheletro di un bambino lanciare caramelle verso il fascio di luce di una lanterna. Era circondato da altre creature in festa; tra i suoi mille, quella sera Venezia festeggiava il ponte dei morti.

«Priscilla! Vénite a casa, subito! S’è tardi, basta te go dito. Se non te viene subito dentro te dò tante sberle che te levo quel pastrocchio che te sì fatta in faccia» – le ante della finestra posta al secondo piano si erano improvvisamente aperte, poco al di sopra della lanterna. Dal buio dell’appartamento era emersa una donna sbraitante, come se, d’un tratto, fosse scattata la molla dell’orologio a cucù avviluppato al suo ventre. Le creature si dileguarono in un istante, su ponti e viottoli, disperdendosi nella nebbia, lasciandosi alle spalle l’eco di mille fragorose risate. Quando calò il silenzio, la donna si concesse il lusso di dare voce ai suoi pensieri: «Ostia». Poi richiuse sommessamente le ante della finestra, facendo scoccare la mezzanotte.

Nel buio di quella piazzetta bagnata dalla nebbia, lei fu colta da un abbraccio, accarezzata dietro l’angolo e portata al muro. Aprì le cosce così da accogliere la sua mano fino a dove aveva interesse a spingersi, abbandonandosi al suolo come aveva visto fare a quelle caramelle, ancora vivide nella sua mente.

«Ernesto, vutto svegliarte? So i ragasi de oggi, queli che m’an cavato el dente» – si buttò su di lui, strattonandolo con forza. Ne era sicura, in cucina – tra le fessure delle persiane – aveva visto quella puttanella accasciarsi al suolo e raccogliere nella bocca il sesso del suo amichetto; proprio lì, nel suo maledetto calle. Tutta la foga che la donna aveva in corpo, tutta la sua disperazione, non servì a svegliare Ernesto. Il mondo glitterato della tivù continuò a riflettersi sul suo volto consunto, sulla sua poltrona e sulle sue palpebre abbassate. Anche la mosca poggiata sul suo viso continuò a pulirsi le zampe nelle ciglia, subordinando il trambusto della donna alla soddisfazione di aver trovato un giaciglio per la notte, caldo e umido al punto giusto. Per Mariuccia, la lacrima del marito da cui la mosca si stava abbeverando fu la proverbiale goccia capace di far traboccare il vaso. All'improvviso, con una lucidità che non le apparteneva, seppe identificare la tragica sequela di eventi che a tutti gli effetti era la sua vita; dall’infelice scelta del nome di battesimo, giù fino alla sfortunata perdita dell’ultimo molare. Placida, sistemò il plaid che aveva strappato dalle gambe del marito e s’incammino verso il gas, canticchiando un motivetto che non ricordava di ricordare. «La miseria l’è na farfala», diceva il ritornello. Colmò il pentolino d’olio e aspettò le prime bolle in superficie. Diede a tutte un nome diverso.

Le vide evaporare i capelli. Le vide gonfiarsi il volto, i lineamenti esplodere. Le vide sciogliersi gli occhi. La vide morire. Ciò che la colpì davvero, però, fu l’immagine delle sue labbra incollate al sesso che stava leccando: le piacque pensare che a ucciderla era stata la mancanza d’aria. Così si addormentò, abbracciata ad Ernesto, senza pensare più a nulla.


«Dalilà».


«Dalilà». Lo ripeteva in continuazione, ad ogni persona che si avvicinava per curarlo. Ormai era vissuto come un “tic”, sopportato come una noiosa abitudine. «Dalilà».

«Io so dov’è Dalilà».

Dalla penombra di quella stanzetta d’ospedale emergeva soltanto una pedula ed un tratto di stoffa di quello che era un mantello, una bauta ed un sombrero, fisso, quest’ultimo, sulla grande testa e rosso, come le pedule. Si sedette sul comodino che separava il suo letto da quello del paziente di fianco.

«Io ti posso portare da Dalilà. Dai, su, alzati!».

«Dove andiamo?».

«Dal Doge!».

Le ustioni avevano smesso di tormentarlo e l’aria tiepida s’infilava ovunque, attraverso la vestaglia. Con il senno di poi, si sarebbe concesso prima alla seduzione della maschera che agitava le sue notti. Lì, ogni cosa aveva un aspetto diverso da tutto ciò che aveva mai visto, o immaginato prima.

«Venezia, 20 marzo 1684 – lo anticipò la maschera. «Cammino per la città sempre e solo durante questo giorno. Confido ciecamente nell’importanza di conoscere ogni cosa, in ogni dove. A proposito, stai pestando una merda di cane, amigo».

«Cazzo!».

Quando si arrese – stufo di strisciare il piede contro il muro della chiesa, conscio che la merda non si sarebbe mai staccata dall’arco plantare – trovò la maschera bloccata in una posa plastica, diversi metri dietro di lui. Le pedule rosse giacevano a terra, di fianco al sombrero, qualche metro ancora più addietro. Per la prima volta, poté vedere i peli irti della barba bucare quel mento, giusto sotto la bauta e tutto intorno ad essa. Mio Dio, era un volto umano.

«Continua tu verso il Doge, amigo. Sono stanco, vai tu. Io…non ce la faccio più».

La notizia gli fece abbassare il capo e quello che provò, fissando il terreno, fu una sconfinata tristezza. Si perse nella trama irregolare del sentiero.

D’un tratto Dalilà era lì, bellissima ed addormentata, come sempre; circondata da tutto ciò che di più sporco c’era in quell’universo-mondo. Sembrava tranquilla, un mezzo sorriso sulle labbra spente e la gamba destra in preda ad uno spasmo, all’altezza del ginocchio.

Ingoiò due pastiglie che gli esplosero la gola. Il tempo di deglutire l’ultimo goccio d’acqua sul fondo del bicchiere ed erano già in cammino, le pedule rosse strette ai piedi.

«Senti, pensavo, questo Doge, che tipo è?».

«Aaaaah, Serenissime Princeps!!».

Si allontanarono lungo la via. Verso l’orizzonte, un vicolo cieco che sfociava nella laguna.

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