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ConcorsiIL TITOLO E ALTRI RACCONTI

Ventiezerozero

Di BB
Pubblicato il 20/05/2018

Il segreto è muovere un passo alla volta, irrigidire i muscoli del polpaccio, poggiare per primo il tallone; cercare l’equilibrio aprendo le braccia, sostenere lo sguardo verso l’orizzonte. Guardare l’onda. L’onda centrifuga, spezza e ricompone. Poi, ti culla.

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L’istinto è di correre.

Mi freno dal farlo, non voglio assumere buffe pose da insetto zoppicante. La gente riderebbe del mio corpo seminudo che balzella centimetro dopo centimetro. Le palme dei piedi bruciano. Assumo un’andatura abbastanza composta, puntando la concentrazione sull’onda che ho davanti. Ci arriverò anch’io, è solo una questione di attimi.

Il segreto è muovere un passo alla volta, irrigidire i muscoli del polpaccio, poggiare per primo il tallone; cercare l’equilibrio aprendo le braccia, sostenere lo sguardo verso l’orizzonte. Guardare l’onda.

L’onda centrifuga, spezza e ricompone. Poi, ti culla, ma è una cosa che capisci soltanto via via che ti avvicini.

Appena lasciato il cono d’ombra c’è come una vertigine d’altura, le parole arrivano come un vomito, bloccandosi nell’esofago. Sono tutte le parole servite a dare un significato ai momenti della vita, parole necessarie a togliere via gli attimi dal silenzio e dimostrare di averli vissuti.

Arriva un riverbero del sole, è capriccioso sulla cresta dell’onda. Mi acceca, le parole le sbriciola tutte come sabbia. Dietro, appare lontanissimo il mio luogo di sicurezza. Dal cono d’ombra mio figlio si avvicina di lato, spaventandomi. Ride di una risata stridula che hanno tutti i bambini. Vuole farsi una fotografia. Figlio e madre. Prima che io volti lo sguardo. Vuole venire con me, allungo una mano, dimenticandomi di quanto scotta la sabbia rovente sotto i piedi. Il suo viso si sgretola. Faccio in tempo a strizzargli l’occhio, il mio modo di dirgli che da uno a dieci io lo amo venti.

Mi accorgo che voglio fare l’amore. Ogni particella del mio corpo lo chiede. Devo essere impazzita. La gente intorno mi osserva, lo sento, come sento che Miguel sta tossendo in una crisi convulsa. Miguel è il mio migliore amico, niente sesso, niente promesse, solo pensieri condivisi e denaro in prestito: una volta lui a me, cinque io a lui. Gioca prendendomi in giro quando la sera è tardi e gli dico che vado a dormire. “Vecchia”, mi chiama, ma non sa che io i vecchi li invidio. Miguel vive con me. La sua tosse cavernosa rintrona nella parete che divide le nostre stanze. E’ recidivo alle bronchiti. Ci morirà, soffocato prima o dopo. Mi volto, ma lui è distante, noto l’andatura delle sue spalle compresse in cerca d’aria. Tra me e lui c’è una distesa infinita di visi. Ridono, bevono, fumano, dormono; un deserto di gesti convulsi, si leccano le labbra, agitano le mani, si arruffano i capelli. Uno schizzo di acqua gelida mi schiaffeggia. Un pallone è stato lanciato fino a me, rimbalzando sull’onda. Mi sveglia. A mano a mano che il sole si sposta nel cielo, perdo ogni riferimento e ogni volontà di sforzo.

Venti giorni fa invece sguazzavo in un mare di stanchezza. Ho salutato Miguel e mio figlio che ancora non era l’alba “a stasera” ho detto. Rifornisco gli scaffali dell’ipermercato prima dell’apertura. Nel tragitto verso la periferia incontro tutti. Quelli che spazzano i marciapiedi, annaffiano i gerani, quelli che sbadigliano, che hanno subito un furto, quelli che mangiano con i soldi rubati e che non perdonano i ladri.

Dopo il semaforo mi è venuta voglia di dormire e ho chiuso gli occhi.

-Cazzo mi fissa a fare la donna seduta sulla sdraio?

Forse guarda le mie smagliature mentre avanzo sulla spiaggia. Le ho sulle cosce e il sole le ha arrossate mettendole in evidenza. Sono un reticolo di vie. A dire il vero sono poche e non può essere attratta da quelle.

Le chiedo che ore sono, così vedo la faccia che fa.

-Le 20:00, risponde.

Ha una voce metallica e adesso ha un viso di anziana e una bocca senza denti. E’ bella uguale. Io i vecchi li invidio tutti. Tra lei e me c’è un oceano di odori di incenso, liquirizia, vino, selciati, ringhiere, palazzi, cortecce, sangue. Sento l’odore del sangue e di disinfettante. Ho contato i minuti. Una morsa sul braccio pompa ogni venti minuti qualcosa. Un rettile entra nelle vene e si prende tutto lo spazio che è mio.

L’onda mi risale, languida e viscida, s’insinua in ogni foro uscendomi dagli occhi, mi solleva e mi porta con sé. Non torna mai per restituire. Forse diventerò un corallo.

Dammi la mano, Miguel.

(ora del decesso: 20:00).

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Commenti degli utenti

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Marco Carcereri ha votato il racconto

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Marzius ha votato il racconto

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gianluca78 ha votato il racconto

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Scrittura raffinata. Evocativa. Un dipinto.Segnala il commento

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Linea O Linda ha votato il racconto

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Finale con brividi...!Segnala il commento

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di BB

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