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VERDE DI SPERANZA

Di CESC
Pubblicato il 02/06/2018

"Verde di speranza" è una raccolta cromatica di emozioni, un tentativo maldestro di organizzare sulla carta le divagazioni di un curioso osservatore della differenza. Un antidoto alla distrazione cronica.

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Quant'è buia la strada.

I fari gialli della mia vecchia Jeep si fanno largo a fatica tra le fitte trame del nero mantello della notte. È una di quelle notti senza luna. Di quelle che anche le stelle sembrano coperte di polvere, come se quelle buone fossero d'improvviso state sostituite da una pallida copia abbandonata in soffitta senza cura.

Mi sono perso. Lo so da ore, ma non smetto di guidare. Non so per dove e non so per quanto ancora, ma so che devo andare lontano. Sto fuggendo forse? Non ricordo più la risposta, ma sono certo di averla saputa. Tiro un'ultima avida boccata e lascio cadere la sigaretta accesa fuori dal finestrino, disegnando una lucciola.

La strada è deserta. Forse qui non sono ancora arrivati, o forse sono partiti proprio da qui. Non ha più importanza ormai, ne ho visti così tanti bruciare. Dio se ne ho visti. Si agitavano come torce fino a spegnersi in un cumulo di polvere. 

Eppure, indizi ce n'erano stati, inequivocabili. Quei bagliori, le scosse, quell'inspiegabile odore di zolfo. Sarebbe bastato guardare un po' più in alto del nostro naso, usare per una maledetta volta i nostri occhi per quello che sono stati fatti, studiare il cielo, cogliere segnali. Invece le risposte le abbiamo cercate nella Rete. 

Invisibili onde riverberano in un'istante parole sussurrate da terre lontane. Sottilissimi fili ci avvolgono, e ci legano l'un l'altro. Così se corriamo troppo veloce verso la luce si tendono e ci riportano nella penombra.

Una buca mi ricorda che non sono solo. E che ho le mani piene di sangue. Sono esausto, devo fermarmi. Sto strizzando gli occhi così forte che ho paura schizzino fuori dalle orbite. Un cartello indica una deviazione tra un paio di miglia. Ho guidato per ore eppure questi ultimi metri mi sembrano non finire mai. Ma ha ancora senso preoccuparsi del tempo?

Imbocco una strada sterrata. La mia vecchia macchina sobbalza tra buche e sassi. Sento la polvere friggere sotto le gomme. Mi fermo in mezzo al nulla, spengo il motore e le luci e ascolto il silenzio per qualche minuto. Per un attimo riesco a scacciare la realtà. Ma poi torna inesorabile il suo peso. Così mi decido a scendere dalla macchina, non prima di aver preso una torcia dal cruscotto. 

Mi avvicino a passo lento al bagagliaio. Chiudo un attimo gli occhi sperando di riaprirli alla fine di questo incubo, ma davanti a me c'è sempre quel bagagliaio ammaccato. 

Faccio un grosso respiro. Ho le mani gelate e sudaticce, il cuore pompa nel mio petto come una grancassa, mi tremano i polsi. Sfrego le mani per avere la certezza di governarne ancora i movimenti. Avvicino la mano alla serratura. Conto fino a tre mi dico. Ma mento. Vorrei darmela a gambe ma sono immobile, pietrificato dalla paura. Paura di rivedere quegli occhi.

Apro.

È ancora lì. Alto due metri, lunghe braccia ossute, gambe filiformi e piedi fuori misura. Ho dovuto piegarle per trasportarlo. Dio che rumore facevano! La sua età è indefinibile. Il suo viso è magro e rugoso. La sua pelle ha una strana consistenza. È coriacea, quasi come fosse una corazza.

Successe tutto così in fretta. Venti, trenta secondi al massimo..

Incrociammo gli sguardi. Lui teneva tra le mani una grossa pietra, pronto a scagliarla contro chiunque si fosse avvicinato ai suoi figli. Io dentro la mia macchina, lo inquadrai nel mio specchietto retrovisore. 

Le sue grida fendevano l'aria come pezzi di vetro. La sua carne bruciava come polvere da sparo ed era pronto a infrangere sé stesso contro qualsiasi superficie. 

Non ebbi il tempo di pensare. Così ingranai la marcia e schiacciai a tutta la forza il piede sull'acceleratore. Lo travolsi appena in tempo, un attimo prima che potesse scagliare la sua pietra. Nessuno dei due era senza peccato. Ma il peccato originale era nell'assurda guerra che ci aveva messo uno contro l'altro e che non avevamo avuto la forza di combattere. Ma chi poteva biasimarci?

Non ricordo bene cosa successe subito dopo. Piansi disperato di un pianto senza lacrime e senza rendermene conto, raccolsi il suo corpo schiacciato e lo chiusi nel bagagliaio. Da quel momento avevo iniziato a guidare senza sosta e senza meta. 

Una parte di me era morta in quell'impatto, l'altra premeva l'acceleratore sperando di perdere il controllo della macchina. Ma ero troppo attaccato alla vita. 

Così avevo proseguito a guidare, sperando che la distanza avrebbe cancellato la morte, il peccato, la guerra e l'inquietante domanda che continuava a tormentarmi. Valeva più la mia vita o la sua? Sarei mai stato così altruista da sacrificare la mia vita se fossi stato consapevole di averne una meno preziosa? Siamo solo uomini in fondo.

Scavo una buca profonda a mani nude, sollevo il suo corpo da gigante e lo restituisco alla terra. Qualsiasi fosse la sua Terra. Chissà se le sue antenne riescono ancora a ricevere qualche frequenza. Vorrei tanto che leggessero nei miei pensieri. Che sapesse che mi dispiace. Ma in fondo ho capito. È così che rinasceremo. Siamo uomini in fondo.

Riposa in pace uomo verde.

Verde di speranza.

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Carlotta87 ha votato il racconto

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marco ha votato il racconto

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Daniela59 ha votato il racconto

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Monica Frattaroli ha votato il racconto

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Dem74 ha votato il racconto

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elpipaslanari ha votato il racconto

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Cristiana ha votato il racconto

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Si legge tutto in un fiato. Ritmo incalzante fino alla fine.Segnala il commento

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Bobbodea ha votato il racconto

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fede1689 ha votato il racconto

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PATUCCIA ha votato il racconto

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Eleonora Cerqua ha votato il racconto

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Mi ha tenuto col fiato sospesoSegnala il commento

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N0rWeakSignal ha votato il racconto

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denzi ha votato il racconto

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niente male Cesc...Segnala il commento

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Catedc ha votato il racconto

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Roberto ha votato il racconto

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