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Narrativa

Vesna e Frane (prima parte)

Pubblicato il 22/08/2017

Vesna Vulovic e Frane Selak sono famosi per aver battuto la morte, per la loro sfortuna e la loro fortuna. L'uomo che è sopravvissuto a sette incidenti mortali. La donna che è sopravvissuta a un volo di diecimila metri. Forse una sera si sono incontrati a Zagabria, per caso.

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Zagabria, 17 giugno 2003


Vesna indossa un impermeabile giallo, leggero, le arriva alle ginocchia. La pioggia è sottile e inconsistente, un nebulizzatore sopra la testa. Non ha l’ombrello. Pensa che non ha mai avuto un ombrello, poi pensa che non può essere vero: un giorno della sua vita avrà avuto un ombrello. Il tacco della scarpa sinistra entra in una pozzanghera minuscola, mentre usa il peso del corpo per aprire la porta del bar.

«A me sembra che questa cosa del divertirsi è ormai fuori controllo – dice lui – a me sembra che bisogna, ecco, bisogna ridere di tutto e buttare in vacca e ridicolizzare e non prendere sul serio. L’unica vergogna che si prova oggi è quella di risultare serio o troppo serio ed essere ridicolizzato. Come se il senso del ridicolo fosse stato rivoltato come un guanto. Il comico, il comico è dappertutto, ma il comico non deve essere dappertutto, non è di tutti. Non possiamo essere tutti comici, non possiamo essere tutti divertenti. È evidente che così niente è più divertente, niente è più comico. Se la commedia è la tragedia che succede agli altri, magari la tragedia è la commedia che non smette di succedere ovunque. Non lo so, straparlo. Che ne pensi, Frane?»

Frane guarda entrare la donna bionda in impermeabile giallo, sorride senza rispondere, beve un sorso di birra. La schiuma gli entra un po’ nelle narici. Le narici sono pelose, alcuni peli sono bianchi. Si passa il dorso della mano sotto il naso. La donna si siede al bancone, arrampicandosi sullo sgabello. Emette un vapore che le fa da corona, è l’umidità che lotta con il caldo del bar.

Frane è subito attratto da lei. Ha settantaquattro anni e si deve sposare per la quinta volta.

Vesna ha cinquantatre anni ed è un’eroina nazionale, in Serbia. Per questo ogni tanto se ne va da Belgrado. È da quando ha ventidue anni che è un’eroina e la cosa dopo la prima decade ha iniziato ad essere ingombrante. Non le dispiace che la gente la riconosca ancora per strada. Anzi. A volte però è come se si sentisse in colpa. No, ci sono periodi in cui si sente un’imbrogliona. In quei giorni deve prendere un treno (o un aereo) e lasciare la Serbia. Da sola.

Frane sorride. Vorrebbe parlare alla donna. Ha un paio di storielle per rompere il ghiaccio. Lei è ancora giovane, e bella, ha forse l’età della sua prossima moglie. Non c’è niente di male a fare due chiacchiere. La vita, pensa Frane, è incontrare gente e raccontarsi delle storielle, dopotutto. Se raschi il fondo è quello che resta, dice lui.

L’amico di Frane che ce l’ha con la commedia non ha idea. Sta per assistere all’incontro tra due giganti. Muhammad Ali e George Foreman a Kinshasa. Churchill, Roosevelt (e Stalin) a Jalta. Vesna Vulovic e Frane Selak a Zagabria.

Sostituire “titolo dei pesi massimi” e “sconfiggere il nazismo” con “battere la morte”. Battere la morte in grande stile.

L’amico anti-comico sa tutto di Frane. L’uomo che dal 1962 se ne sbatte della morte e delle probabilità, cammina su un filo teso tra Fortuna e Sfortuna e non cade. Treno, aereo, autobus, auto: è sopravvissuto a ogni incidente, gli altri morivano, lui no. Senza arroganza, testardaggine o foga: piuttosto con una certa grazia, come per un’abilità innata, un talento esercitato con modestia.

Anche con una leggerezza da commedia.

«... magari la tragedia è la commedia che non smette di succedere ovunque...»

L’amico di Frane ha bevuto tre birre di troppo e sta straparlando, appunto, proprio di Frane. Trova ridicolo questo suo attaccamento alla vita, perché è involontario, non cercato, così casuale e grottesco, al di fuori di ogni logica legge statistica, come una gag di Buster Keaton, e la faccia di Frane sembra proprio quella di Buster Keaton quando sopravvive a un disastro e guarda in camera, inconsapevole.

Solo che, in più, Frane sorride. Buster Keaton aveva la delicatezza di non farlo mai.

«Le offro da bere» dice Frane.

«No, grazie» dice lei. Vuole solo essere lasciata in pace.

Vesna è un altro tipo di sopravvissuta.

Un volo di diecimila metri incastrata tra il sedile e il carrello delle vivande, nel rottame del DC 9/32 della compagnia aerea jugoslava JAT, esploso nel cielo cecoslovacco il 26 gennaio 1972. Si era svegliata dal coma ventisette giorni dopo, non ricordava niente. Cranio, vertebre, gambe fratturate. Aveva chiesto una sigaretta.

Frane sorride, la faccia tonda senza baffi da una decina d’anni. Beve un sorso di birra, lecca la schiuma.

La donna bionda sembra così triste, sola. Vorrebbe farla ridere, è quello che gli è sempre piaciuto fare alle donne. Vorrebbe raccontarle di quella volta che il suo aereo è precipitato e lui è stato risucchiato fuori dal portellone, è volato giù senza paracadute, accettando il suo destino (non era la prima volta che provavano ad ammazzarlo – non sarebbe stata l’ultima), ed è atterrato su un mucchio di fieno. Come un cartone animato. Ma non le dice niente. La guarda e sorride, alza il bicchiere.

Alla televisione danno i numeri della lotteria nazionale.

«Ecco, lo vedi?», l’amico di Frane si è alzato e sbuca dietro di loro, il cucù di un orologio a cucù. Sventola la sigaretta accesa. Vesna vorrebbe chiedergliene una. Ma non lo fa. Guarda il bicchiere di Lagavulin, lo tocca con i polpastrelli. Lo fa girare in senso antiorario. Le hanno sempre detto, sono trent’anni che lo fanno, che è una donna fortunata. Gliel’ha detto anche sir Paul McCartney, nel 1985. Dopo averle consegnato il Guinnes dei primati, per la caduta più alta senza paracadute: come se fosse un gioco.

Paul McCartney le stringe la mano, in un modo strano, imbarazzato: prendendola tra le sue, tenendola prigioniera per infiniti secondi. Poi la bacia, due volte. Paul! È un sogno, anche se nel 1972 era nella sua fase Rolling Stones. Quando l’avevano chiamata per imbarcarsi all’ultimo sul volo JAT 367, stava ascoltando Gimme Shelter. Oh, a storm is threat’ning my very life today. È il suo ultimo ricordo di quel giorno. Per errore l’avevano scambiata con una collega, un’altra hostess di nome Vesna. La fatalità aggiungeva un tocco di predestinazione alla sua storia. Alla gente piaceva raccontarla, non si stancavano mai. Potevano permetterselo: non l’avevano vissuta.

Nella fotografia della premiazione, Paul fa una faccia buffa e la indica con il pollice alzato, this girl, lei sorride. Come se fosse una gara, ma forse lo è. E a quanto pare lei ha vinto, gli altri ventisette passeggeri hanno perso. Ventisette morti, ventisette giorni di coma. Diecimiliacentosessanta metri di caduta. Ventidue anni, cinquantatre anni. Sono numeri, come i numeri della lotteria. Non contano niente, davvero. E dopotutto cosa doveva fare? Era giovane, era bella, era viva: era con Paul McCartney, come poteva non ridere?

(continua)

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