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Autobiografia

Viaggiare

Pubblicato il 24/11/2022

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Si allontanava correndo, con lo zaino pesantissimo portato al contrario; la macchina fotografica, ligia alle leggi fisiche, cadde dalla tasca superiore del sacco, rimbalzando sul suolo polveroso, rosso ruggine.

“Ehi, ferma, dove vai?”

Eravamo appena scesi dall’aereo che da Douala vola a Yaoundè, capitale del Cameroun.

All’atterraggio, avvenuto miracolosamente su due sole ruote, approvammo di cuore le parolacce con cui i nostri compagni di viaggio inveivano contro il pilota, invitandolo a tornare a scuola di volo.

Passata la dogana - preoccupati dallo sguardo corrucciato dei militari in mimetica e armati fino ai denti, che mai avevano cessato di scrutarci - ora eravamo fuori, all’aria aperta, caldissima e umida; sotto quel cielo indescrivibile, celeste-pallido.

Con fatica avevamo recuperato il nostro scarso bagaglio (un solo sacco da montagna, stipato all’inverosimile) e, spaesati, scrutavamo se si riusciva a vedere un bianco fra tanti neri; quello che avrebbe dovuto accompagnarci.

Quand’ecco questo gigante, sbucato chissà da dove, arraffa d’improvviso lo zaino e ci fa cenno di seguirlo.

Chiaramente voleva che prendessimo il suo tassì… Fortunatamente il nostro amico era lì pronto. Dopo una breve conversazione, i nostri poveri averi furono restituiti e ci avviammo, perplessi, alla sua macchina.


Quest’era la fine di un lungo viaggio, attraverso buona parte del mondo occidentale e terminato nel ‘continente nero’.

Si era partiti da Milano, diretti a Mosca, dov’era in programma un’attesa di tre giorni.

Molti si chiederanno perché passare per Mosca, se si deve andare in Africa. L’unica spiegazione ragionevole, come si premurò, con sottile soddisfazione, di spiegarci un nostro commensale alla tavola degli Spiritains a Parigi, era quella dei costi: volare con la compagnia russa era molto più economico; anche se il rimborso per eventuali disguidi o morti era in rubli.

A noi non dispiaceva l’intermezzo: chi mai aveva visto la capitale dell’URSS e quando mai ci saremmo andati?

Fummo parcheggiati, fra due ali di soldati, in un enorme albergo nei pressi dell’aeroporto. Avevamo un visto per uscire e visitare la città, pertanto il giorno dopo eravamo pronti; attrezzati, credevamo, per il freddo del gennaio russo.


Di quei giorni mi sono rimasti impressi due o tre ricordi irrilevanti: le lastre di ghiaccio che galleggiavano lente sulla Moscova; le due o tre giovani donne giapponesi che zampettavano ridacchiando fra cumuli di neve, con sandali infradito completamente aperti.

Senza dimenticare la nostra (sto parlando al plurale, perché eravamo sempre noi due: mia moglie e io) avventura nella metropolitana.

Non ricordo più dove volevamo andare. Si entra da un’apertura spaventosa, come nei metro di tutto il mondo, ma lo sguardo non può che ammirare estasiato la bellezza, anche artistica, di questi enormi tunnel piastrellati magistralmente.

Peccato che le informazioni fossero in cirillico.

Ricordo con affetto che un mio conoscente (amico di mio padre) si lamentava spesso di questa ‘mania’ di scrivere P e di leggere R. Ma queste sono sottigliezze.

Fummo certi di essere ben lontani dalla nostra meta, quando vedemmo fuori – ormai era buio pesto – solo campi sterminati, coperti dallo scarsamente poetico manto di neve.

Scendemmo e con grande fatica e perseveranza trovammo un moscovita che parlava inglese. Fu la nostra salvezza, anche se lui non lo sapeva.

Tornati al punto di partenza, prendemmo un pullman, saltando da finti tonti un’infinita coda in attesa. Finalmente eravamo tornati all’albergo!


Yaoundè è la capitale del Cameroun, ma nessuno immagini qualcosa di lontanamente simile alle nostre città europee. Il colore dominante continua a essere il rosso-ruggine del primo impatto.

Non avevo mai visto dei lebbrosi, ma credo che si possa tranquillamente assegnarne la palma d’oro alla città. Se ne trovano a ogni piè sospinto. Uno, in particolare, divenne quasi amico; o, perlomeno, un assiduo conoscente. In qualche modo sconosciuto riusciva sempre a incontrarci sorridendo.

E quel bestione che dormiva sul banchetto (la sua casa) e svelto si acconciava per la vendita della sua misera mercanzia alla gente che affollava il mercato?


La nostra destinazione era un agglomerato di case nella ‘brousse’, così chiamano da quelle parti la foresta o la boscaglia. Lì si trovava la nostra scuola.

Un mio caro amico, che andò in seguito a dirigere un liceo in Sudan e di cui persi le tracce, mi raccontava di alcuni suoi allievi che erano andati a trovarlo a casa. All’ora di pranzo:

“Mi spiace, non ho niente da darvi, ragazzi. Ho solo una melanzana”

“E’ più che sufficiente per noi quattro, professore, non si preoccupi”.

Al ritorno passammo un giorno dai lefreviani. Nel loro rifugio di Douala c’era una magnifica piscina e ricordo una favolosa colazione a base di marmellata e burro e pane fresco.

Cominciammo a sospettare che c’è qualcosa che non va per il verso giusto in questo nostro mondo.

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Violeta ha votato il racconto

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Rubrus ha votato il racconto

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Raffaele 57 ha votato il racconto

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Imago ha votato il racconto

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Bello veritiero profondo…Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Bellissimo il parallelismo tra il viaggio (raccontato al contrario) e il mondo che gira in senso inverso alle leggi della logica. Trovo azzeccato il riferimento ai quattro poli dell'umanità: la civilissima Parigi e l'industrializzata Milano, testimoni dell'opulenza occidentale. E poi Mosca, ancorata al cirillico e al passato imperialista, e l'Africa, con i suoi lebbrosi a dimostrare che la civiltà è solo illusione. Grande racconto.Segnala il commento

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bistrot ha votato il racconto

Esordiente

sì, in effetti il mondo - quello che chiami "nostro"- induce il remoto sospetto che non tutto vada per il meglio. Sciaguratamente, negli ultimi decenni si è quasi completamente smarrito il senso di questo "meglio". Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore

Affascinante Segnala il commento

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di Frato

Esordiente
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