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Narrativa

Vicini di casa

Pubblicato il 23/10/2020

La strana vecchia

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Era una donna anziana, ma era alta. E questo la rendeva inquietante. Aveva una fisicità spigolosa, ruvida. La sua testa era sempre ordinata, sicuramente usava un pettine la mattina, ma c'era qualcosa che risultava un po' fuori posto. Il colore grigio scuro dei capelli le conferiva un aspetto poco rassicurante. Indossava sempre gli stessi vestiti. Forse non esattamente gli stessi, ma le sfumature che sceglieva erano indistinguibili, beige, grigio, grigio scuro, nero chiaro, tutto contribuiva a darle un aspetto tetro e austero. La vecchiaia le incombeva addosso, direi. Era vecchia anche anni prima, pur senza le debolezze tipiche dall'età avanzata. Bofonchiava sempre qualcosa a mezza voce, ma le parole restavano masticate e frammentate nella sua bocca. Con le persone parlava poco. Ascoltava, quando le capitava. E commentava per lo più con: "Mah". 

Due grossi e pesanti cani neri le giravano sempre intorno, sciatti e sporchi. Avevano il pelo lungo, e le zampe poggiavano a terra in modo curioso, piegate come se sciabattassero. Erano cani molto pigri. Indolenti. Un gatto tigrato completava il quadro. Si amavano molto. Il gatto si strusciava sui musi dei cani, che a loro volta lo proteggevano sotto il loro folto pelo stoppaccioso. Faceva le fusa, girottolava intorno a loro con la coda dritta, si incuriosiva lanciandosi in corse improvvise e imprevedibili, per poi tornare con calma alla base. Gli animali la seguivano ovunque andasse. Ogni quartiere ha il suo personaggio borderline, e a noi era toccata Assunta. 

Aveva una curiosa fissazione per la spazzatura. Come i suoi animali, pure Assunta sciabattava per le strade del borgo. Il suo obiettivo erano i bidoni dell'immondizzia. Metodica, li apriva uno dopo l'altro per controllarne il contenuto. Se trovava della carta nel recipiente dell'indifferenziata le mezze parole in bocca si moltiplicavano, fino a caderle dalle labbra senza che riuscisse a trattenerle, e se ti capitava di passarle accanto alzava di poco la voce, usando un tono interrogativo che ti faceva sentire immediatamente coinvolto, come se si stesse rivolgendo a te. Come se fossi stato tu a compiere l'orribile atto di ignoranza civile. E così restavi nell'imbarazzo di una risposta, ma a cosa? Non erano domande le sue, nemmeno imprecazioni. Erano frammenti scomposti. Ma ti facevano sentire in colpa, pure se non eri stato tu. Era come un generale, Assunta, il generale della spazzatura. Senza una sola parola, aveva il potere di farti stare sull'attenti. Io cercavo di girare a largo, non ero in grado di reggere i suoi monologhi spezzati, o di fronteggiarla difendendo il mio stato di "persona che fa la differenziata". Avevo perso in partenza, game over con Assunta. Non c'era nulla che io potessi fare: se le passavo accanto nel momento sbagliato, mi sentivo come la mosca nella tela del ragno. Assunta si muoveva a suo agio tra le strade del borgo, come se fosse del tutto legittimata a controllare e a dare multe con lo sguardo laddove avesse trovato qualcosa fuori posto. Non aveva altra occupazione, non l'ho mai vista interessarsi ad altro: non una compagnia, o una nota allegra a colorarle le giornate. Assunta era nelle vite di tutti e di nessuno allo stesso tempo. Tutti sapevano della sua esistenza, tutti le facevano un cenno per salutarla, ed è un fatto che colpisce. Di me, nessuno sapeva niente. Eppure entrambi abitavamo quel posto. Era mio quanto suo, ma la mia presenza passava del tutto inosservata. Non contavo niente. Trasparente. 

Poi ho cambiato quartiere. Ho riflettuto a lungo sul potere di Assunta, sulla sua capacità di essere al centro di se stessa senza nessun compromesso. 

Sono una persona adulta, ora, con cose da fare, importanti e non rimandabili. Le mie giornate sono scandite da sveglie per andare e tornare, impegni che mi accollo ma che non mi appartengono. Intrattengo conversazioni superficiali davanti alla macchinetta del caffè. Ogni mattina strozzo il mio collo con una cravatta che mi conferisce un'aria seria e rispettabile. Davanti ad Assunta, invece, torno ad essere ciò che sono: un uomo pieno di fragilità e incertezze che gioca a fare l'adulto. 


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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Piaciuto molto. Bellissima caratterizzazione della figura protagonista. Strano lo stile - parti in narrazione pura, poi entri a far parte della storia. Molto personale. Se posso, toglierei l'ultima frase. Non mi sembra che sia necessario il confronto, si capisce (vero è che io dico spesso troppo poco per la paura di dire troppo; come mi ha scritto un caro amico di typee, tendo a cannibalizzarmi). Ti seguo.Segnala il commento

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di ifinoe

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