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Narrativa

Virilità

Pubblicato il 15/10/2020

Mentre le labbra di lei pronunciavano l’omelia, l’uomo fattosi infante tornava infine ad essere umano...

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L’aria nel parcheggio era fredda e umida, un gelo invernale mitigato appena dai tenui raggi del crepuscolo graffiava il viso. Scese dalla propria vettura, una delle tante abbandonate nell’anonimo parcheggio in prossimità dell’edificio: una struttura congeniata in maniera impeccabile, amalgama perfetta tra solidità e leggerezza grazie alla bicromia di vetro e alluminio. Camminava frettolosamente, inciampando ad ogni minima imperfezione dell’assalto, come se la volontà cercasse di opporsi al movimento robotico delle gambe; l’impressione che si aveva guardandolo era di profondo smarrimento. Arrivò di fronte alle porte scorrevoli dell’edificio, ma queste si aprirono quando era ancora troppo distante e allora capì che un altro uomo stava uscendo. Abbassò d’istinto gli occhi sforzandosi di mascherare la propria paura, ma riuscì comunque ad intravedere i piedi del nemico muoversi incerti per poi fuggire via. Esitò qualche altro istante, dunque entrò.

“Buona sera, la stavamo aspettando. La sua stanza è la 343, terzo piano corridoio a destra.”

Guardò in direzione della voce, era una donna, ma il suo sguardo non indagò oltre il bancone dietro cui ella sedeva; notò appena un indumento bianco, aderente coprirle le eleganti curve del grembo. Entrò in ascensore e premette sulla paradisiaca luce blu intenso che segnava “3”, sentì le membra sussultare e pochi istanti dopo la porta si riaprì. Tutto era immerso in una quiete perfetta, tanto che gli pareva oltraggioso spezzare la perfetta assenza di vita con il rumore dei passi e l’affanno del respiro: avrebbe preferito essere una fantasma per muoversi invisibile e silenzioso tra i corridoi della struttura. Le pareti, il pavimento e persino le porte erano bianche, non vi erano finestre e l’unica luce era irradiata da dei led blu opalescenti che permeavano l’aria di un colore denso e tranquillo; la palpabilità della tinta trasmetteva una profonda sensazione di comfort, impura però di una minima percentuale di disagio. Arrivò di fronte alla scritta luminosa 343, dunque pose il dito sul lettor d’impronte, gustandone il tocco freddo e vitreo. Una luce verde intiepidì il polpastrello e la porta scomparve. Mosse qualche passo dentro la camera: anch’essa era costruita interamente in marmo ma stavolta la luce bianca emanata dai led rendeva l’ambiente irreale, come se dovesse dissolversi da un momento all’altro inghiottendo chiunque fosse all’interno in un etere paradisiaco. Un profumo di latte in polvere sollecitava con grazia le narici. Al centro della parete di fondo vi era un letto adagiato su un basamento bianco, ricoperto di coperte e lenzuola bianche; su di questo sedeva una donna: i capelli neri raccolti in una coda risaltavano gli spigoli del viso, taglienti eppure delicati, addolciti da un trucco appena visibile congeniato anch’esso per destare ammirazione; persino a quella distanza era possibile percepire lucidamente la morbidezza delle gote che con grazia si tuffavano verso il mento, rotondo, vetta ideale del collo sottile e perfetto contorno alle labbra rosse e sottili. Un corpetto metteva in risalto le prosperose forme per poi sbocciare come un fiore in una grande sottana immediatamente sotto i fianchi: era una creatura perfetta ed angelica, capace di destare nel cuore di chiunque la guardasse erotismo e rispetto, voluttà e ammirazione, il desiderio d’ardere e distruggere con foga tanta bellezza e quella di farsi immortale per difenderla persino dal tocco della rugiada. Così, estasiato dalla visione tanto attesa l’uomo procedette, un piccolo passo per volta, godendo infinitamente di ogni istante, finché giunto a pochi passi da lei si arrestò come pietrificato. A quel punto la donna si alzò, con una leggiadra impeccabile mosse il proprio corpo incontro al visitatore e così, lentamente, gli pose la mano sulla nuda nuca, sospingendola appena contro la propria spalla. L’uomo a quel punto si sciolse, come una fune tesa spezzatasi d’improvviso, abbracciò la donna stretta a sé per sentirne le forme premute contro il proprio corpo, ma soprattutto per sentirne il calore, il calore umano che tanto agognava; intanto le lacrime sgorgavano, sangue raggrumato di una ferita mortale inferta all’anima.

“Va tutto bene… ci sono io adesso, va tutto bene”

Mentre le labbra di lei pronunciavano l’omelia, l’uomo fattosi infante tornava infine ad essere umano, e questo avrebbe continuato a fare per il restante tempo comperato dal denaro: non un secondo in più, non una lacrima in più.

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di Teseo

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