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Narrativa

Ferdy: vita breve di un centenario

Pubblicato il 29/08/2020

Flussi di coscienza costringono un uomo di cent'anni a fare un bilancio impietoso di una vita dissoluta.

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Vi spiego subito l'ossimoro del titolo, oggi che è il mio compleanno. L'ennesimo. Cento anni. Tanti. Direste voi. Niente. Dico io. Ma come? Sì. Uno schiocco di dita. La vita su questo pianeta irrequieto e piagnucolone non è altro che un'invenzione. Le aggravanti più clamorose poi sono due: ci illudiamo e crediamo di essere immortali. Siamo nati morti e sbagliati. Questo è. Abbiamo presunzioni sparse qua e là e alla fine cosa resta? Un'allucinazione. 

Vi parla un uomo sull'orlo della parola fine. Volevo scrivere qualcosa. Chi lo doveva dire. Un testamento di pentimento. Solo ora mi accorgo di voler parlare veramente con qualcuno, di dire qualcosa di serio e sensato. Per una volta. Concedetemi questa dolce licenza di illudermi. Sono stato un tipo ambizioso e irascibile. Di quelli che non puoi dire nemmeno fatti un attimo più là. Mondano. Voluttuoso. Volevo il mondo tutto per me. Primeggiare. Ispirare. Millantare. E questo modo di fare, si sa, storicamente non è mai andato d'accordo con l'amore. Ti fai onnipotente. Unico e solo. Come un'isola. Fatturi a palate grazie al cemento. Nelle tasche i malloppi con l'elastico tanto così da comprarti il mondo. Ti crogioli di questo da una parte e brami ancora un surplus sul fatturato annuo dall'altra perché poi, tanto, non ti basta mai niente e non ammetti concorrenti. Il PIL dell'esuberanza alle stelle. Aneli. Ansimi. Diventi schiavo di quella ricerca smodata di un emozione finale e irraggiungibile. Io, Ferdinando Cosenza, classe 1920, detto Ferdy dalle buonanime dei miei due unici e leali amici che avevo e che snobbavo, non ho vissuto affatto. Solo ora mi accorgo che al centro della vita ho messo solo il mio stronzo ego. Io, io, io, io...un'eco noioso e deprimente di vanità. Io che ho allestito mega feste nella mia, ex, mega villa con piscina offrendo flûte di Don Perignon a chiunque. Io che ho comprato auto di lusso. Io che ho lasciato mance generose alle cameriere di alberghi raffinati per portarmele a letto. Io che ho sniffato bancali di cocaina. Io che in piena notte ho puntato alla roulette i soldoni. Io che ho picchiato gente che mi stava sui coglioni. Io che ho tradito una brava e bella moglie durante il viaggio di nozze. Io che ho evaso allegramente il fisco e aiutato un latitante a nascondersi per un paio di mesi dentro casa mia. Io sempre fiero e impettito sui marciapiedi di Via Montenapoleone. Io che non ho mai cucinato un piatto di pasta. Io che sono stato sempre in vacanza e me la sono goduta. Che brutta persona. Non ho costruito niente. E non parlo dei palazzi rivestiti di marmo col super attico che ho alzato in pieno centro a Milano o a Roma o a Lugano. Parlo dell'amore, oggetto sconosciuto alla mia persona. Le mie occasioni d'oro le ho avute. Ma io amavo sbagliare. Solo che non me ne accorgevo. Nonostante i miei amici mi aprissero gli occhi, io, inflessibile, ho continuato a martellare, come un bambino che non si stanca mai di sciabordare nell'acqua del mare. E ora che ho la pelle dei polpastrelli tutta avvizzita, me ne pento amaramente. Non ho combinato niente. Ho vissuto di frivole emozioni. Sì, è vero le emozioni sono tutto quello che abbiamo ma a volte, specie se rapportate all'età che avanza, sono sopravvalutate. Avrei potuto essere padre. Assistere al miracolo di veder venire alla luce un figlio che prima era solo uno spermatozoo. Dare un significato tangibile e lodevole alla vita. Volevo che la mia esistenza non fosse stata così breve e sprecata. Solo l'amore che non ho provato per il prossimo poteva realmente allungarla (dice così la brava gente). E invece, in questa casa di cura barcollante, l'unica cosa che ha senso è morire. Voglio liberarmi da me stesso. Aveva ragione mio padre quando me ne andai di casa per capriccio. "Se non accetti l'autorità di tuo padre, sarai un fallito." Avevi ragione papà. Mi scavavi con lo sguardo. Mettesti le mani intorno alla mia gola. Stringevi ma non troppo, perché mi amavi. Era per il mio bene. E io che feci? Me ne andai per sempre. Avevi ragione, papà. E non lo dico io. Lo dicono questi rivoli di lacrime che mi rigano la punta del naso. Uno stillicidio. Ti rendi conto, papà? Piangere a cent'anni è una cosa bruttissima. E non per la paura della morte. È perché, da ragazzo, quando ti ho sfidato andando via di casa per sempre, ho fatto una cavolata. Ho fatto un torto a te, a mamma e alle mie sorelle. Pure a me, l'ho fatto. E lo dico con convinzione. Ho fallito. Quando si è giovani, senza il passaporto dell'esperienza, ci si lascia lusingare dal sorriso furbo della libertà. Ma quale? Una trappola per topi. Col senno di poi, meglio l'autorità del padre. Non credevo di poter vivere così a lungo, ma nemmeno che tutto dovesse finire così presto e...con una corda tra le mani. Il tempo scorre sornione senza avvisarci. Ma presto o tardi arriva quel giorno. Il giorno dei bilanci. Che dire. Non è più tempo di vivere. Una stilettata al cuore. Un corpo sospeso a mezz'aria a ciondolare.

L'ultima emozione della mia vita.

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baccaja ha votato il racconto

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Il Faro ha votato il racconto

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Piaciuto! Il tuo stile di scrittura è molto piacevole e ritmato. Bravo! Segnala il commento

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Teresa David ha votato il racconto

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ipa ha votato il racconto

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Maddacsc ha votato il racconto

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Semplicemente unico!Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

È la prima volta che leggo un tuo racconto. Mi piace il tuo stile. Avrei "anticato" un po' il linguaggio del centenario, giacché certe espressioni sono piuttosto recenti (ad esempio il termine "surplus" in economia era ben poco in uso un secolo fa; il consumo di cocaina è relativamente recente, e così via. Nel complesso è un bel raccontoSegnala il commento

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

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di Francesco Scarciolla

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