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Narrativa

Vita corrente.

Pubblicato il 19/09/2022

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Oggi resto a casa. L’agenzia immobiliare per cui lavoro in questo giorno è chiusa, per il resto non ho altri impegni, e nessuno tra tutti coloro che conosco si aspetta di vedermi sbucare all’improvviso. Certe volte mi chiedo il senso che abbia questo solitario combattimento giornaliero contro un nemico impalpabile, inafferrabile, che non si riesce neppure a descrivere, anche se condiziona costantemente l’esistenza. Mi muovo lentamente da solo nelle mie tre stanze d’affitto, e intanto penso per scherzo che potrei barricarmi accatastando qualche mobile a ridosso del portoncino d’ingresso, in maniera da non permettere a nessuno di venirmi a disturbare. Ho dei viveri in cucina che posso far durare per parecchie giornate, magari razionando accuratamente le scorte; e comunque, staccando il telefono e il campanello del portoncino che dà sulle scale del condominio, posso riuscire ad evitare lo sfondamento delle forze dell’ordine o dei vigili del fuoco per un tempo anche piuttosto lungo. Per il momento non ho delle armi, però potrei procuramene, e in ogni caso posso affilare per bene qualche lungo coltello da cucina, in maniera da prepararmi a qualsiasi possibile attacco dall’esterno. Tenere fuori da qui tutto quanto, questo è il mio scopo principale in questo momento. Potrei affacciarmi ad una finestra ed urlare sulla strada delle frasi provocatorie e sconsiderate, a un certo punto, perché se nessuno si interessa di me non c’è proprio alcun fine per tutto quanto, e potrebbe capitare che trascorrano anche dei mesi prima che i vicini si accorgano del forte odore di cadavere che giunge alla fine dal mio appartamento.

“Vi ho fregati”, potrei far trovare scritto da qualche parte, forse su un muro bianco già pieno delle mie frasi buttate lì con un pennarello scuro e indelebile. Ma ad evitare che qualche piccolo giornalista locale mi descriva, il giorno seguente al ritrovamento, semplicemente come un povero pazzo, devo trovare delle ragioni sufficienti a dimostrare che non voglio più essere parte di questo meccanismo privo per me di qualsiasi significato. Rido da solo, parlo a voce alta, mi muovo a scatti, gesticolo con le braccia come tenessi un comizio di fronte a decine di persone, per incoraggiarle il più possibile alla lotta, perché niente si può ottenere se non si ha un seguito, un grosso numero di individui disposti a sostenermi, convinti come me che non si può più andare avanti in questa maniera, che dobbiamo chiudere con questo sistema malato. Poi mi tranquillizzo e mi siedo. La solitudine certe volte gioca dei brutti scherzi, devo assolutamente cercare di conservare il massimo della razionalità, riflettere costantemente su quanto devo fare, e mettere in fila ogni elemento, in maniera da poter affrontare ogni giorno che nasce con un uso sempre adeguato di un metodo, quello che permette di ottenere il massimo del risultato con il minimo sforzo.

Qualcuno bussa leggermente al mio portoncino di casa, così apro rapidamente per poi trovarmi di fronte la mia vicina di pianerottolo preoccupata per gli strani rumori che le sono giunti alle orecchie dal mio appartamento. D’altra parte, queste case sono state costruite con delle pareti talmente sottili che diventa impossibile mantenere una propria riservatezza, e le mie esternazioni di poco fa hanno subito provocato delle conseguenze, forse non solo nei confronti di questa donna curiosa. La rassicuro, le spiego che va tutto bene, mi sono soltanto scaldato un po’ nel corso di una telefonata con un amico, ma discutevamo soltanto di cose stupide, senza una grande importanza. Lei mi guarda evitando di assumere un’espressione troppo convinta, e prima di ritirarsi verso le proprie stanze, getta un’occhiata oltre le mie spalle, ad assicurarsi, per ciò che riesce a vedere, che quello che le ho appena finito di dire sia davvero accettabile e soprattutto non in contraddizione col resto. Chiudo la porta dopo i saluti, poi indosso una giacca ed esco immediatamente di casa: una bella camminata nell’aria fresca è quanto ci vuole per smaltire il nervosismo che ho accumulato negli ultimi tempi. Percorro lo stretto marciapiede stradale a passi ampi e anche rapidi, in maniera da allontanarmi velocemente dal mio condominio. Dovrei cambiar aria, rifletto, prendermi un periodo di riposo ed andarmene da qualche parte dove non mi conosce nessuno, e in questo luogo prezioso cercare di farmi rapidamente delle nuove amicizie, conoscere delle persone che siano del tutto diverse da quelle che adesso sono costretto ad incontrare ogni giorno.

Potrei salire su un aereo, piombare in una nazione di cui non conosco neppure la lingua, trovarmi costretto soltanto per mezzo dei gesti a chiedere agli altri tutto ciò che mi possa essere utile e perfino necessario. Sarebbe una bella esperienza, rifletto; basterebbe soltanto che non avessi da preoccuparmi del mio lavoro, delle persone che conosco, della mia vita corrente, insomma.


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Barbara ha votato il racconto

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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. ha votato il racconto

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Raffaele 57 ha votato il racconto

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Un fiore ha votato il racconto

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La parte finale sul viaggio reale come soluzione ai viaggi della mente e in ultima analisi come soluzione alla solitudine alleggerisce il tono cupo del flusso precedente. Se ne potrebbe fare un racconto più lungo con gli stessi elementi. Segnala il commento

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Sebastiano Cantarella ha votato il racconto

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Ho apprezzato molto il cambio del tono dopo un inizio tranquillo, così come l'analisi di questo flusso di coscienza che sembra un miscuglio di pensieri, per poi mostrarsi come qualcosa detto ad alta voce, percepito dagli altri. Interessante anche l'analisi della solitudine vissuta male, con una realtà che sfuma dall'interno verso l'esterno del personaggio.Segnala il commento

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Coscienza fantasma ha votato il racconto

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di Bruno Magnolfi

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