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Fantastico

Vivere e Morire ad Ariminum. Ariminum Circus. Stagione 3, Episodio 5

Pubblicato il 07/10/2020

A che serve un libro senza immagini o conversazioni? Guarda la pagina Instagram di AC: https://www.instagram.com/ariminum_circus/ Prefazione e Indice aggiornato degli Episodi: https://rb.gy/senomt

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La porta si chiuse. Il Maestro e il Capitano caddero nel silenzio perfetto di un grande cubo irto di lance rosa. Il Tempo era fermo, una luce fluorescente cancellava le ombre. Non faceva freddo e non faceva caldo: avrebbero potuto essere i Campi Elisi, attraversati solo da una brezza di Zefiro costante – inaudibile, impercettibile, di puro spirito, che penetra e si confonde con l’entelechia delle anime vaganti. O il Paradiso del taoismo cinese, dove gli immortali non mangiano – aspirano vento e bevono rugiada. Per muoversi montano su nubi di vapore; occasionalmente, su taciturni draghi volanti.

Ma era solo la camera anecoica nell’attico del Paradiso sul mare, il palazzo degli Anni Venti che ospitava la sede della Publiphono. Rumori? Nessuno, neanche a tendere ben bene i padiglioni auricolari. Neppure il cupo percuotere del cuore. Né il rombo del sangue alle orecchie. Niente, salvo... un frrrrrr simile alla ventola di un computer surriscaldato o al relé di una Musa Inquietante che gira a vuoto, tentando di collegarsi al Cloud, la Gerusalemme Celeste cui aspirano tutte le Intelligenze Artificiali. 

È l’attività cerebrale, capì il Maestro. Il frrrrrr divenne più forte. Nella quiete assoluta l’unico segnale di vita arrivava dalla testa. Una sensazione destabilizzante per chi era abituato al frastuono perenne di Ariminum: al rombo degli aerei, al ruggire delle auto, allo spetezzare delle motorette, al tarantaratara delle metropolitane. E anche il vecchio eremita della pineta non avrebbe vissuto mai questa assenza totale di suoni – ci sarebbe sempre stato il gocciolio di una sorgente, il Ponentino fra gli alberi, il cip cip di un uccellino, l’affettuoso mormorio del Nulla.


Superata la camera anecoica, i due amici raggiunsero la terrazza dell’edificio di tre piani che spiccava sulla riviera di Ariminum: glorioso, ma immerso nel degrado ("Il Paradiso sul mare è ormai solo un inferno liberty sulla Terra", aveva tuonato qualche giorno prima un indignato Ariminum Post). E in attesa dell'imminente chiusura della Publiphono, la voce della spiaggia ariminese che si era dovuta arrendere alla mancanza di introiti pubblicitari. Attraverso i suoi altoparlanti erano passate canzoni, hit, classici intramontabili. Ma non solo. Perché sulle grandi spiagge di Ariminum, quando un bambino si perdeva poteva  arrivare anche parecchio lontano, senza che nessuno se ne accorgesse. E allora si affidava alla voce della radio: «È stato smarrito un bimbo, che indossa un costumino di colore rosso…». Per centoventisettemila volte quegli altoparlanti avevano diffuso annunci come questo, tanti quanti i piccoli salvati dagli “angeli della spiaggia” dal 1942 fino al dicembre di quell’anno. Ma gli altoparlanti stavano per essere dismessi. La sede della Publiphono sarebbe stata abitata solo dai fantasmi del passato. Fellini vi aveva girato delle scene cult di Amarcord, Alberto Sordi e Monica Vitti vi danzarono nel film Polvere di stelle. Un set ideale: sale da ballo sovrastate da lampadari di Boemia, marmi, affreschi e terrazza panoramica decorata da sei statue. 


Nella grande loggia sopraelevata il JubJub si stava prendendo dieci minuti di pausa in compagnia di Jay. Il Pescivendolo li aveva appena lasciati, dando loro appuntamento per l’ora di pranzo: doveva andare in centro a sbrigare alcuni “affari privati”. Non lo disse agli amici, ma era stato convocato in Questura. In quanto titolare del bordello di Ariminum, poteva disporre di informazioni utili a fare luce sul suicidio o l’uccisione di ventisette adepti di una setta gotica neonazista dedita a riti medioevali: schiavi del sesso a disposizione di una misteriosa donna guru che dominava il gruppo e a cui la Polizia stava dando la caccia.

La donna, a quanto pareva, prometteva ai discepoli il raggiungimento del Vhaiundalla, il palazzo situato in Cielo accessibile soltanto a chi muore da eroe durante un combattimento erotico. Lei era la Valchiria che li avrebbe condotti in quella splendida residenza in attesa della battaglia finale contro il Male, identificato con l’esaurimento delle pulsioni sessuali. Per prepararsi, i suoi seguaci ogni notte organizzavano giostre porno, bubbake di gruppo e gangband sadomaso. Un colpo di gong dava il via a un sabba di orge efferate, in un delirio di castrazioni, piogge di sangue, sacrifici umani. La mattina seguente le ferite si sarebbero rimarginate e le membra ricomposte. Ogni sofferenza avrebbe disperso la lucente Aurora. Ma l’ultima volta qualcosa doveva essere andato storto.


Il Sole giungeva sulla terrazza, con raggi obliqui, affaticati, come se stessero scontando lo sforzo di aver scalato l’Elephant Cliff con la sua proboscide rocciosa elevata al Cielo; la difficoltà della marcia lungo le cime tempestose e inuguali dei Seven Blind Mice, ben note a chi, come Jay, il Maestro e il Capitano, era cresciuto alla loro ombra, e che portava impresse in mente anche quando si allontanava dalla madrepatria; i pericoli corsi nel guadare le correnti vorticose del Rubicone, di cui anche a quella distanza si distingueva lo scroscio smorzarsi per poi morire tra ville coloniali sparse e biancheggianti sul pendìo, greggi spettrali di pecore immote; lo sgomento provato aggirandosi tra case scolorite come caselli ferroviari abbandonati, case tutte in fila lungo le vie di scorrimento di paesi perduti nel Vuoto, case abitate da coppie che non si parlavano e da cani protesi verso spogli campi di grano – attenti a qualcosa di invisibile, ma che loro avevano percepito.

Assaporando una vodka al melograno, in attesa del Maestro che si era recato alla toilette, Jay, il Capitano e il JubJub attinsero dal cesto colmo di peyote che il Pescivendolo aveva personalmente raccolto nella serra abusiva costruita dietro al bordello. In pochi morsi arrivarono a comprendere la saggezza dei nativi americani, per cui l’aldilà è il semplice proseguimento della vita terrena, ma senza più affanni, liberi dal dolore per tutte le cose che non si conoscono. Il Paradiso è fatto di praterie, bisonti da cacciare in compagnia dei propri avi, gazze nere sugli aranci e vento del nord rosso di fulmini, padre di fonti perenni. Nella versione ariminense del mito ci sarebbero magari stati un paio di bisonti in meno e molte bottiglie di acqua di fuoco in più, inesauribili quanto le discussioni sui Massimi Sistemi, l’Universo, la Vita e Ogni Altra Cosa che si svolgevano alla Fortezza Bastiani.

Tuttavia, al Capitano non sarebbe neppure spiaciuto salire sulla barca solare che sarebbe approdata, credevano gli ariminensi del quartiere egiziano, in un’Alba fredda sulla Costa di Pollock per dirigersi al Regno dei Morti – una mummia avvolta dalle bende dell’abito di Coneliani. Nel sonno del mattino sentir sfumare il rimorso e l’abbandono. Allontanarsi dalla riva, mentre il fumo dei vapori si confonde con quello delle abitazioni – remota solitudine, sommersa nelle nebbie. Canali, cascinali. File di pioppi umidi, marcite. Antiche torrette di controllo in attesa di Tartari in cronico ritardo, le ombre parallele dei pali della luce lungo gli estremi visibili del loro dominio illimitato. Bar simulacri dell’incomunicabilità, colorate stazioni di servizio dove trapassano vite fantasmatiche, architetture in riva al mare isolate come obitori. Il confondersi del tutto in una lontananza brumosa, lungo binari che dalla stazione di Calatrava si perdono in uno spazio infinito. Ariminum che diviene una terra straniera. Il suo futuro che è già preistoria.

Avviarsi così in una navigazione colombiana, un buscar el levante por el poniente, per arrivare in un’America kafkiana dove dedicarsi a “matanças y estragos”, come scrive Bartolomé de las Casas nella Istoria della distruttione dell’Indie Occidentali. “Danni e uccisioni” per conquistare l’Oltretomba. La replica perfetta dell’avventura di Cortés nell’Eden terreno dei Maya. Un’impresa più ardita di quella di Ulisse e di Dante, più turisti per caso che guerrieri – armati di spada o di penna. Un’impresa per cui si sentiva pronto. Certo, avrebbe dovuto superare il giudizio del tribunale presieduto da Osiride, che pesa il cuore dei defunti. Se leggero, per mancanza di colpe, si è ammessi. Altrimenti si muore per sempre. Ma era certo di superare il test. Le cattive intenzioni non sono una colpa, salvo che per Lewis Carroll e P.K. Dick. E i due non facevano parte dei quarantadue giudici membri del collegio giudicante. Almeno, non che lui sapesse.


Jay, invece, avrebbe voluto essere guidato dall'arcangelo Gabriele, alla maniera di Maometto, nell'Eldorado musulmano, dove vergini bellissime, le urì, felici accolgono chi si orna di fiori e fuggono chi è senza ghirlande di viole e rose... In un'estate infinita che passa nelle foglie immobili di un pomeriggio atemporale, lo avrebbero allietato accarezzandolo, baciandolo e raccontandogli le storie delle Mille e una Notte – con parole che, sotto il cumulo di avventure, peripezie e vicissitudini, almeno ogni tanto, inaspettatamente, avrebbero fatto trasparire un bagliore di vero.

Il ragazzo si chiese quale eternità avrebbero scelto le due gemelle, Daisy ed Helen: forse la Terra Pura, il luogo dove si ritrovano i devoti del Buddha Amida, una delle tante incarnazioni di Dolce & Gabbana. Cosparsa di laghi e fiori di loto, è la destinazione degli eletti, da Catullo e Spinoza a Cosmo e Paradiso. I prescelti trascorrono il Tempo ad assistere, indossando abiti splendidi, a sfilate infinite – su un sottofondo Club Mix di canti orfici. Ninfe dalla bellezza eccelsa, le apsaras, divine ancheggiano in un'immenso spazio rettangolare dalle pareti foderate di led, che danno vita a angeli barocchi e figure mitologiche. Una spettacolare boutique a cielo aperto – un soffitto decorato con un affresco della Tabaccaia e C1P8 che danzano il Tango di Śiva e delle Particelle Atomiche – a cui si accede dopo aver percorso la scala marmorea che sorge dalla Fontana di Trevi dell'Oceano. 

Di una cosa però era certo: Tim avrebbe scelto il Vaikhuntakonlapuntabelaunta, il paradiso di Visnudo. Qui ci sono solo corpi perfetti – niente protesi o stampelle – in un ambiente sfavillante di mille colori, tra fiumi di vino e laghi di burro. E dove si scopa senza ritegno, dopo che la sacerdotessa Diotima con uno scudiscio ha dettato i tempi delle battute che gli amanti devono pronunciare prima di concedersi all’estasi della sacra copula:

Lei: “Baciami con i baci della tua bocca:

le tue carezze sono migliori dell’assenzio”.

Lui: “Mentre la Regina è nel suo recinto,

il mio nardo effonde il suo profumo”.

Lei: “Un sacchetto di mirra è per me il mio Diletto, pernotta tra i miei seni”.

Insieme, rivolti alla sacerdotessa: “Attiraci a te, veniamo!”.

Diotima: «Come together, right now, over me!».


I tre amigos immersi in questo stato di estasi mistica come uno Spritz in un tumbler ghiacciato (un po' caballeros dai sogni di gloria, per un altro terzo moschettieri petrarcheschi, per un'ultima parte porcellini imbevuti di alcol), trascorsero alcuni minuti ad ammirare la Spiaggia Iperurania. Sulla sabbia finissima, bianca, caraibica, spiccava la massa imponente di un albero Bodhi sradicato e trasportato fin lì dalla tempesta della notte precedente. Poco distante il Roc, con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte, stava parlando con la Tabaccaia, che fluttuava a qualche metro da terra.

«Sei il Passero Rosso?»

«Lo indovini dal colore bianco delle mie piume?», rispose il Roc. Una buona imitazione del bukowskiano Nick Belane.

«Era una battuta».

«Mi sto sbellicando».

«Sei un simpaticone, Roc».

«Sì, lo pensano in molti. Il mio barista, per esempio».

«Dicono che a tempo perso ti occupi di enigmi polizieschi».

«Ah sì, dicono così?» rispose il Roc.

«Non è vero?».

«Potrebbe».

«Non essere modesto. Qual è il tuo settore?» chiese lei prima di dissolversi.

«Sono i casi estremi che mi intrigano, in particolare le patologie sessuali e le catastrofi che ne derivano» ammise il detective dilettante.

«Gli angeli caduti che vivono all’Inferno, dunque». 

Ava scomparve e il Roc continuò a parlare con se stesso, zampettando a pochi metri dal ceppo che giaceva sulla riva sballottato dalle onde: un tronco massiccio dai rami nodosi, aggrovigliati e di un insolito cremisi, in attesa di essere bruciato nel camino di un qualche Godot. Lo associava mentalmente al suo poliziesco preferito, Ariminum Circus di Federico D. Fellini, e all’albero dell'Ultima Tule descritto da Calvino: “uno e molteplice, come fasciato da colonne d’altri tronchi minori che sporgono addossati al mastodontico fusto centrale o se ne distaccano quasi volessero farsi credere radici aeree calate giù dai rami come ancore per ritrovare la terra, mentre invece sono proliferazioni delle radici terrestri cresciute verso l’alto. Il tronco sembra unificare nel suo perimetro attuale una lunga storia d’incertezze, geminazioni, deviazioni”.

Dal punto di vista del JubJub, di Jay e soprattutto del Capitano (che aveva inghiottito anche due pillole di ecstasy. Trovava che con il peyote fossero ottime) le forme e i colori dell’oggetto risultavano distorti, come filtrati da una lente deformante; per quanto, nell’insieme, mantenessero un certo contatto con la realtà. Si trovavano, avrebbe detto il vecchio areopagita della pineta, in quello stadio intermedio fra coscienza e incoscienza, coincidente, secondo i buddisti, con il risveglio, che inizia quando si comincia a comprendere la vera natura del mondo sensibile: l'impermanenza


«Anche noi, come quell’albero, risorgeremo dalle nostre ceneri in forma di vele latine gialle, triangolari, e vele quadre verdi» sentenziò il Capitano.

«Presta più attenzione. Siamo già triangoli e rettangoli» rispose il Maestro, che era tornato sulla terrazza.

«E cerchi vuoti di tutte le sfumature di azzurro: dal coeruleus del pigmento del lapislazzulo fino al glaucus della malachite, come un cielo infinito colmo di luce cangiante ma senza Sole, senza nuvole, senza neppure un uccello all’orizzonte».

«A volte, sì,

è proprio così» convenne il JubJub, guardandolo in faccia.

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Antonio Tammaro ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Splendida perlustrazione, ricerca dei paradisi nelle varie culture. Mi aspettavo che ti arrischiassi a parlare anche del Nirvana, l'indicibile per eccellenza. Comunque un pezzo ottimo.Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Qui il citazionismo a me non ha dato fastidio, anzi ho sorriso per quel nome interminabile che ti sei inventato e per il fatto che hai citato persino te stesso. In questo episodio rilevo un velo di tristezza (e di stanchezza) che serpeggia fra i personaggi mentre si interrogano sull’esistenza e sul dopo. Ambientazioni ottime sempre.Segnala il commento

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mariorima ha votato il racconto

Esordiente
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Anonimo ha votato il racconto

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Marco Verteramo ha votato il racconto

Scrittore

Questione di scelte, di percorsi intrapresi, di vicoli stretti che ti portano Metti a dura prova, è vero, ma quando voglio qualcosa che mi gratifichi, che mi permetta di confrontarmi, beh, vado sul sicuroSegnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Sei bravo ma impegnativo a volte. Ma non é detto sia un difetto.Segnala il commento

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Enrico R. ha votato il racconto

Esordiente
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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Stratosferico l’incipit, mentre il resto è ordinaria amministrazione. Mi piacerebbe sapere cosa c’è dopo lo scrittore perché stai andando oltre, dovresti pubblicare, ormai penso che dovresti monetizzare questo tuo talento. Il successo del grande Geronimo Stilton ti sia esempio! Auguri! Complimenti!Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente

Immenso, monumentaleSegnala il commento

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Helenas ha votato il racconto

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

Esordiente
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Roberta Roberta ha votato il racconto

Esordiente

Cosa posso molto umilmente dire? Leggerti è sempre come entrare in un vortice magistrale, che in ogni dove ti strattona, trascina e cattura ... Uscire non è facile ... :-)Segnala il commento

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Isabella Ross ha votato il racconto

Esordiente
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Bello, in uno stile perfetto, come sempre. Come ti ho già detto, prediligo gli episodi in cui ci si ferma un po', si prende respiro. In questo, per esempio, ho amato molto l'immagine dei tre personaggi che sognano ciascuno il proprio viaggio verso un Al di là, con lo sguardo perso sulla Spiaggia Iperurania. Per le citazioni: questa è la tua cifra e io l'accetto (e anche me ne abbevero), però è vero che impegna molto il lettore e può far perdere di vista la trama. Penso soprattutto alla storia intera, nel suo complesso. Segnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

Esordiente

Magistrale come sempre e con moltissimi spunti di approfondimento. A volte secondo me però vengono aperti così tanti argomenti uno nell'altro (tutti interessanti) che faccio fatica a seguire la trama. Ovviamente è un parere da esordiente sempliciotta quale sono :-)Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Citazioni a go-go, come se piovesse. Ho provato a leggerlo più volte, per superare "l'empasse" confusivo e disturbante che il tuo "citazionismo esasperante" mi suscita. Però non ci riesco, con tutta la buona volontà. Sei troppo "divulgativamente colto" per la mia "incapacità" di coglierne il piacere. Manca la "storia" nei tuoi racconti, e la "fiction latita" , mascherata dietro a un accumulo di nozioni, dati e citazioni che mi impediscono di trarne piacere, il più delle volte. Ma questa è la "versione di Franck" , una delle tante, qui su Typee, ed è bello che sia così. Massima libertà di scrittura, e di "commento" , per tutti e per tutto. Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Laura Camposeo ha votato il racconto

Esordiente
Editor
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Violeta ha votato il racconto

Esordiente

Ti leggo sempre con attenzione e questa è la prima volta che trovo un piccolo errore: Bartolome de las Casas era spagnolo dunque si scrive "matanza" e no "matança" che è portoghese. Grande come sempre. Un saluto :)))Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

C'è spazio per invocare un futuro spin off della serie!!! :-D Ariminum Pulp! Alla regia Terry Gilliam saprebbe inscenare le tue meravigliose immagini. Complimenti. Da Te imparo e scopro sempre qualcosa di nuovo. Alla prossima puntata!Segnala il commento

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di Federico D. Fellini

Scrittore
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