Volevo uccidermi. Volevo davvero farlo, con tutte le mie forze, e lo voglio ancora! Allora cosa sto facendo? Cosa ci faccio qui, appeso a questa ringhiera a strapiombo sul fiume, con le mani serrate alle sbarre, i piedi piantati sul ciglio del ponte e il corpo penzoloni? Le guardo, quelle mani. Anzi no, non ne ho bisogno, gli occhi restano serrati, eppure le vedo. Vedo il dorso rosso, le vene in rilievo. Vedo le dita chiare, quasi bianche, per la pressione della stretta. Vedo i polsi tremare leggermente, stremati dallo sforzo.

Così, partendo dalla mano, mi guardo. I muscoli delle braccia sono tesi, l'ordine che arriva dal cervello è quello di lasciarsi andare, rilassarsi... eppure quelli non cedono. Così attaccati alla vita. Che sciocchi.

Le spalle quasi slogate, il corpo che si protende in avanti e quegli arti così ostinati a non lasciarlo cadere.

Le labbra serrate che lentamente si dischiudono, tremando anch'esse, come nel tentativo di parlare a quelle sue stupide mani e dir loro "Basta, vi prego, voglio andare!"

Gli addominali tesi, lo stomaco che fa male. O forse è l'intestino. O la milza. O come si chiamava quell'altra? Boh. O tutto quanto insieme.

L'aria, entrando in me, brucia. Addio, cara mia. Questa è l'ultima volta che percorrerai il mio corpo. Vedo le narici dilatarsi, accogliendola. Scendere giù, lungo la gola, allargare il torace. I polmoni che si riempiono di quelle fiamme finché non ne possono contenere più, così si riabbassano e le rigettano nuovamente dal naso.

Sento, vedo, tutto me stesso.

Non sono mai stato così vicino alla morte.

Non sono mai stato così vivo.