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Storico

Votum

Pubblicato il 11/02/2019

Tardo Impero Romano. Una storia di amicizia tra un giovane barbaro e un ricco possidente terriero. Sotto la comune ala protettrice della Matronae.

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Sono nato nel freddo, in una terra di boschi fitti e impenetrabili, odorosa di muschio e aghi di pino stillanti resina ambrata, dove il giorno si consuma nel buio, nell’ombra, nel silenzio. La Madre è grande, placida, maestosa: canta nel suo cammino d’argento, percorrendo lenta la terra che al suo passaggio si apre in morbide anse. Poi a un tratto si adombra, diventa rapida e violenta, consuma la terra, spaccandola, e salta spumeggiando con eco fragorosa. Fa paura la Madre, talvolta; abbraccia la Madre, sempre.

Sono nato in un villaggio ben protetto da una densa muraglia di larici, adagiato in una verde radura, non lontano dal quieto gorgoglio della Madre, lieve melodia dei miei sonni di bambino; nutrito dal dolce latte di mia madre, premuto a un seno caldo e accogliente di una donna forte, abituata alle fatiche e al sudore, sono stato generato dalla Madre terra, feconda dispensatrice di frutti e linfa vitale. Le mie madri. Io le ricordo ogni giorno. Nelle mie preghiere.

La Madre non fu capace di tener lontano l’odore di morte, non pose resistenza al ferro e alle frecce; la Madre terra si piegò ai passi cadenzati e pesanti delle fila dell’esercito romano; la madre non riuscì a nascondere il mio piccolo corpo facendo scudo con il suo, trafitto da un affilato gladium. Le mie madri furono impotenti all’assalto dei nemici, inermi hanno aperto le braccia, facendosi strappare i loro figli, vittime di un odio di riconquista.

Sono nato libero, ora sono uno schiavo: da neonato sono scampato all’eccidio di Durocatelaunus nell’inverno del 274, agli eserciti impetuosi di Aureliano, l’imperatore che doveva porre fine alla vergogna, alla pericolosa ribellione delle Gallie, annullando l’esperienza di un impero ribelle che si era reso autonomo sotto la guida di Postumo prima, poi di Tetrico, usurpatori, agli occhi di Roma, del titolo più importante, del titolo di Augustus.

Il mio dominus era un ricco possidente terriero: la sua villa sorgeva nella ampie e fertili pianure intorno a Mediolanum. Noi ci occupavamo di mandare avanti i raccolti e le semine, la gestione dei latifondi. Era un periodo duro: l’impero, troppo esteso, si stava sfaldando sotto la minacciosa concorrenza delle provincie. La villa di Severus era nota per la produzione di grano, ma da quando l’Egitto si era imposto anche nel piccolo Vicus Mercati, facevamo fatica a vendere i nostri prodotti. Vicino al vicus scorreva un fiume e noi passavamo su un ponte di barche per attraversarlo: anche qui, lontano dalla mia terra, le mie madri mi seguivano. Una fluiva generosa nella pianura, dove la Madre terra germinava cereali e frutti; mia madre era con me nelle preghiere e nei ricordi. Nel Lararium della villa Severus, il mio dominus, mi aveva riservato un angolo dove potessi onorare le mie Madri, dispensatrici di fertilità e abbondanza, di amore filiale.

Ero un ragazzino, quando il mio dominus volle portarmi in città: si festeggiava Mediolanum, capitale di un Impero che non riconosceva più in Roma il suo punto di forza, ma che si spaccava in quattro per riuscire a sopravvivere e riscuotere meglio le pesantissime imposte. Il palazzo di Massimiano mi sembrò immenso, degno della Domus Aurea; andammo al Circo a vedere le corse delle bighe, ma le mura tutte intorno non facevano presagire nulla di buono. C’era paura di un attacco, di un’incursione da fuori. Oltre il limes, il nemico. 

Arrivammo all’estate con fatica quell’anno, ridotti a una miseria che mai avevamo provato, colpiti da una siccità eterna e da terribili tempeste primaverili, che avevano distrutto buona parte del raccolto. Anche Severus cominciava a perdere le speranze e svendeva gli animali, le terre. Un giorno mi si avvicinò nel Lararium, mentre offrivo una piccola libagione: mi chiese di raccontargli ancora una volta quella storia. Piangeva al sentirmi parlare del grande fiume e della mia terra, che per me erano Matres tanto quanto la mia mamma di latte. Fu allora che si unì alle mie preghiere e si lasciò guidare dalle mie parole, affidandosi a quelle divinità così lontane per lui, ma così care a me. Proposi un votum, allora, e in sua presenza pronunziai il giuramento, un impegno sacrosanto, qualora le Matrone avessero portato buona sorte al nostro lavoro.

E così fu: il raccolto per quanto non ingente si rivelò comunque buono e portò a un guadagno che ci permise di ricominciare la semina. Continuavamo a pregare le Madri, io e Severus, stretti nell’abbraccio di chi teme di perdere tutto. Nel Lararium avvenne la manumissio: Severus mi pose la mano sulla testa e mi concesse la libertà; da allora fu il mio patronus e io il suo libertus. Oggi sono un romano, un Virius: Severus mi ha donato il suo gentilizio, ma nello stesso tempo ha stretto il legame con la mia terra con un cognomen, Genialis, che porta dentro di sé l’idea di prosperità e di ricchezza. Il mio nome evoca un’unione tra Romani e Barbari, destinata presto a realizzarsi; nel mio nome il legame eterno con le mie Madri. Le mie, le nostre Matrone. 

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Scrittore

Complimenti, piaciuto tanto tanto anche se più che un racconto sembra un incipit.Segnala il commento

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di eugenia.diguglielmo

Esordiente