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Non-fiction

Trojan

Di [K]
Pubblicato il 14/09/2021

Sono partito da "Troiani" di Kavafis poi, come sempre mi succede, nella vita ho divagato.

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"Beh", diceva, e intanto tirava su di naso, "la situazione è risolvibile. Alcuni aggiustamenti nelle ore, nell'organico presente." 

Tipi che rimangono appiccicati all'armadio di casa, appesi agli attaccapanni e vogliono il mondo nella stessa esatta posizione, ovvero impiccato al proprio collo, una  cravatta, bella, nodata Windsor. 

Il principale interlocutore si limitava ad annuire, in quanto futuro elemento uscente. 

Gli avevano curato l'ennesimo fallimento con una promozione. Era l'usciere che indicava la direzione: dall'alto. 

In mezzo, terzo, Achille biondo, mirmìdone stranamente in ritirata, rincalzava i "Beh" con altri "Beh". Era Patroclo in realtà, ma non lo sapeva ancora, nell'abbondante mescita di vino e miele, salitogli alla testa, ad offuscare il residuo di identità. Schinieri ed armi trovate chissà dove, luccicante spaventapasseri, era già in ginocchio ad impetrare, costante, misericordia. 

"Che ne direste se qualcuno usasse un trapano? Che so... Un sacerdote egizio? La punta che non chieda permesso per figliare un foro e conceda a voi la meritata immortalità, a me la pace visiva di non vedervi più attorno?" 

Beveva un caffè e intanto questo capriolava, nervoso per nascita e, DNA. 

"I vostri caduti, i compagni in sella del giro in giostra, io li ricordo bene. Bava alla bocca per l'appetito prima e nel trascinarsi a terra, come sacrifici dovuti poi: "felici agnelli di Dio". Il primo sangue, dovuto ai purosangue. 

Che spet-ta-co-lo!" 

Era un conato improvviso e si rifugiò nel vicino bagno, cercando di non far rumore, tra gli sforzi di stomaco. E non toccava alcolici da mesi, sì da mesi. Ne uscì fuori di un pallore sgranato in perle di sudore.

 "Si sente bene? Tutto a posto?"

 La voce paterna, soccorrevole, il tono, quello giusto, corretto indifferente, filato fine per ogni situazione. È la dogana pubblica della buona educazione, a cui non si scappa: umiliante forca caudina. 

"È stata la cucina cinese. 

Sapete: quasi un mese di seguito, quasi un primato. Oggi la salsa di soia dava sul troppo salato ma io, niente, ingordo, giù, senza un domani", calando un sorriso di circostanza, una mezza risata.

Ma avvertì il rilascio di alcuni frammenti, il senso di una lenta dispersione. 

"Tutto questo odio. Perché poi? 

Sei arrivato alla gruccia della rabbia come tuo sostegno e distruzione? 

Vinceranno sempre, anche nel preparare una semplice crostata: dedizione, senso della misura, il dosaggio "storico" degli ingredienti, l'assaggio, il lancio del rimanente nei rifiuti (con stile s'intende)". 

E rapido riemerse un ricordo non troppo recente, di nessuna data precisa. Era estate, o giù di lì, (indossava maniche corte), era notte. La piccola rocca dei frangiflutti a Camogli. Tra le dita, improvvisata ed imprevista, erba crepitante. 

Non fumava da anni, da quando alcuni rettilinei cittadini si erano trasformati in labirinti e non si muoveva più nulla. 

"Che profumo!" 

Con scarsi risultati stava tentando di dividere il mare in parti uguali: 

a sinistra voleva l'acqua scura, a destra quella più buia, ma era già al suo fianco, si stava per sedere, era già seduta, appoggiata. 

"Due tiri, me li passi?"

 Lei e il mezzo cono bruciato, (viso timido, mezzo girato a guardarla). 

"Diciassette anni? Io... Trenta?" 

era una domanda, no, era stupore tra il nero della matita e quello dei capelli raccolti a coda. 

"Buona... Veramente..." 

Tirava accendendo quella lucciola di carta, che stazionava ferma, in attesa di un lasciapassare, per entrarle in gola.

"Samantha, Susanna, Laura, Benedetta"... 

la ridda di nomi andava avanti, poteva andare avanti per molto. 

La sua pigrizia, la precaria lucidità, estrassero infine quello vincente.

"Sai come mi rappresento la realtà?" così, di botto.

E senza aspettare risposta si mise di profilo, indice lungo il setto nasale, labbra serrate, in tre secondi di  sibilo.

"Camiii...." 

tra l'allegria scalcagnata di voci e fischi, a richiamo della presunta dispersa.

"Devo andare. Ciao. Grazie".

"Non coincidevano".

Se lo ricordò allontanandosi dal trio che ancora si scambiava, (da uno ad un altro, ad un altro,...) la pesante palla medica delle parole:

"Immagino le difficoltà..."

"Beh, sì, beh", la gestione ha bisogno di alcuni ritocchi."

"Eh beh sì eh".

"Nulla di eccezionale. Comunque.."

Svanivano già tuttavia e capì la fragilità del suo carattere, la fregatura. Era il darsi per prigioniero, consegnarsi agli arresti, farsi  d'amore e terra di conquista, per ogni minima bugia. 

"E adesso sigla di coda a piacere (per piacere)".


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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Molto molto interessante. Partito da un greco, si sentono gli americani. E si sente te, in un modo bello.Segnala il commento

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. ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Splendido. Fra stream e narrazione. Un Joyce, Ph Roth, e un po' De Lillo e D. Foster Wallace. Onirico quanto basta. Ma anche oggettivo.Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Germinal68 (Sandro) ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Testo complesso e affascinante, che sfida il lettore ed esige attenzione. Ho riletto la poesia di Kavafis: sì, sei partito da quella, o meglio, dalla consapevolezza che "Noi corriamo alla nostra rovina, che è certa." E hai aggiunto un elemento, l'interrogativo che tormenta i due terzi del genere umano: "Tutto quest'odio. Perché poi?" Credo che tu abbia volutamente scritto un testo che non segue una direzione ben precisa, tu "divaghi" come ogni essere umano in cerca di risposte. Uno dei testi più interessanti delle ultime settimane.Segnala il commento

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