L’ avevo incontrata al tramonto, sulla spiaggia, nel punto in cui la combriccola di sassi neri 

s' innalza, come per stregoneria, in oscuri giganti frastagliati e solitari. Mi recavo spesso a pescare nei pressi del cantiere navale. Da bambino immaginavo che da quei giganti rocciosi sbucasse la “Espiritu Santo”, carica di tesori arrivata fin li non si sa come dal largo dell’isola di Aros.

Lei se ne stava accovacciata con le gambe incrociate sopra un masso di cemento grattugiato dal mare. La massiccia poppa della F573 "Scirocco", pronta al varo, sovrastava lo sfondo. La ghiaia trascinata dalle minuscole onde orchestrava un fruscio dolce, come di foglie in un mulinello di vento.

Mi informò che aveva scattato delle fotografie, e se le volevo. Nessuno sconosciuto al mondo ti chiede se vuoi delle fotografie.

– Le ho scattate per ricordare questo momento – disse appoggiandosi sui polpacci uno strano aggeggio– magari fra trent’anni le riguarderai e ne sarà rimasto qualcosa.

Non mi era sembrata triste. Aveva sorriso di un sorriso allegro, che le aveva segnato le guance di piccoli solchi. Pensai dovesse contare quaranta, quarantacinque anni.

– Certo che le voglio – il tono della mia voce uscì involontariamente ironico, mi accorsi di aver suscitato in lei un sottile fastidio. La schiuma di un’onda mi fece il solletico ai piedi.

– Ma lei, viene spesso qui? – Chiesi imbarazzato.

– Eh, appena posso. Se mi dai ancora del lei me ne vado. Le vuoi o no le foto? Se no le cancello. – Sembrava spazientita, come se le stessi facendo perdere tempo.

– Si si le voglio – Acconsentii in fretta. – Vieni spesso in questo posto? – Mi balenò nella mente un pensiero: non vorrà mica abbordarmi…in fondo non mi dispiacerebbe, anche se ho almeno vent’anni meno di lei.

Mi vergognai subito di quella supposizione. Gli occhi limpidi ricordavano il viso ingenuo di una bambina che ti chiede un gelato. No, non aveva certamente quella intenzione, voleva regalarmi delle fotografie, perché? Probabilmente quell’aggeggio doveva essere una sorta di Polaroid. Ma come avrebbe potuto cancellarle?

– Offri sempre delle foto agli sconosciuti? – Cercai di togliermi dall’impaccio.

– Ma no, non sono mica matta. Solo se ne vale la pena. – Con mio gran sollievo tornò a sorridermi.

– In che senso se ne vale la pena?

– Nel senso se ne vale la pena, cioè…– Mi puntò in faccia gli occhi taglienti– Intendo dire, solo se sono certa che non andranno perduti.

– Che cosa?

– Attimi. Ehi, ma hai visto i piloni in cemento armato del cantiere? Sembrano gambe gonfie e pelose di alghe. Non vorrei mai avere quelle gambe, da vecchia.

Veramente non avevo mai pensato a quei piloni come gambe pelose.

– Ma no, di sicuro le tue gambe resteranno belle a lungo. – Lo sguardo cadde sulle gambe incrociate, indossava pantaloncini corti sportivi. Non sapevo cosa risponderle, era una persona di una bellezza semplice e curiosamente affascinante, mi metteva in soggezione.

– Scusami ma – ripresi un po' preoccupato per la risposta – come fai a consegnarmi le fotografie, quello è un nuovo modello di Polaroid per caso? – Feci cenno con il mento all’aggeggio.

Mi guardò con lo sguardo ingenuo al quale si era aggiunta la candida furbizia che si assume da piccoli quando si sta per mettere in atto una marachella.

– Semplice, te le ho appena spedite. Ci vorrà tempo. Ti dispiace?

Spedite…dove?

– Ora devo andare, buona vita. Si alzò, scese dal masso e si allontanò sprofondando i piedi nudi nei piccoli sassi neri.

Mi convinsi che fosse una signora un po' tocca e dopo qualche tempo, ovviamente non ricevendo nulla di nulla, tornai a concentrarmi sui miei studi.

Trascorsero gli anni, diventai un ingegnere navale e, successivamente, uno dei dirigenti del cantiere.

Una sera come tante mi recai al solito posto, sulla spiaggia, per pescare. Ero da poco divorziato ed in quella fase della vita in cui ci si convince di aver sprecato gli anni migliori della propria esistenza.

Fu allora che la rividi. Se ne stava accovacciata con le gambe incrociate sopra il masso di cemento, la massiccia prua della F598 "Spartaco Schergat" sovrastava lo sfondo. Era identica alla prima volta che l’avevo vista, adesso dovevamo avere più o meno la stessa età.

– Ciao.

– Ciao, mi ero convinto che fossi una pazzoide.

– Già, e io che tu fossi un ragazzino che crede di essere figo se conquista una donna più grande.

Ci fu un attimo di silenzio, poi d’un tratto scoppiammo in una risata fragorosa che coprì il rumore dei sassifoglia trascinati dalla risaccavento.

In quell’istante mi arrivò un messaggio sul telefono. Erano foto di quando avevo vent’anni e pescavo sotto lo scafo della Scirocco, la sera prima del varo. Mi ricordai di com’ero, dei miei sogni.

– Ho aspettato le foto a lungo.

– Hai ragione, sono trascorsi ben 300 zeptosecondi.

– Zeptosecondi? Ok...Aperitivo? – Non sapevo cos’altro dire.

– Dove andiamo?

– Da nessuna parte.

Gettammo insieme la lenza. Ero certo che non potesse avere le gambe pelose di alghe e, dopo cinquecento anni, lo posso confermare.