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Noir

ZERO

Di Dalcapa - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 22/09/2018

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12 Voti

Ci sono momenti.

Sì, ci sono momenti.

Capitano a volte in maniera del tutto casuale, altre volte con una cadenza ben precisa e si sa già quando stanno per arrivare, si sente, lo si sente nell’aria, hanno un che di fenomeno atmosferico. È la quiete prima della tempesta, è il cielo a pecorelle, è il rosso di sera.

Ed è per questo che oggi lui è lì ad annusare l’aria. Qualcosa sta per arrivare. “Vento dall'est, la nebbia è là, qualcosa di strano tra poco accadrà”: forse è il vento che porta Mary Poppins, o forse l’irrequieto vento del nord di Chocolat, con le valige già pronte per partire. Ci sono momenti in cui senti che sta per accadere qualcosa e allora ti prepari, magari apri l’ombrello, o alzi il bavero per proteggere la gola, la bocca, ti abbottoni, ti allacci, stringi la sciarpa, e poi aspetti, curioso di vedere, di sentire che cosa accadrà, che cosa sta per arrivare e magari resistere o lasciarsi andare.

Ma lui no.

Lui annusa l’aria e poi, poi corre a nascondersi. Fa così da sempre, ha sempre fatto così. Qualcosa sta per accadere, potrebbe essere bella, potrebbe essere brutta, stupenda o terribile, o passare senza lasciare traccia, così, ma a lui non importa, qualcosa sta per accadere e io non voglio vederla, non voglio sapere, l’unica cosa che mi interessa è che passi. Aveva cominciato sin da piccolo, quando il padre si slacciava la cinghia o quando il fratello grande lo rincorreva fin sotto il letto, sotto il letto, in fondo in fondo, contro il muro, il corpo accoccolato, posizione fetale, scelta fatale.

Lo struzzo mette la testa sotto la sabbia, il corpo enorme, sgraziato, tutto fuori, a calci in culo, ti viene voglia di prenderlo, a calci in culo, stupido struzzo, stupido stronzo. E lui restava accoccolato ad aspettare che la tempesta passasse, stupido stronzo, stupido struzzo. A volte il manico di una scopa arrivava fino a lì in fondo, unico canale di comunicazione con l’esterno, doloroso, e allora perché uscire, resta qui, piccolo, resta piccolo feto, piccolo puzzolente peto, resta qui che ti proteggo io.

Ma le fanno le scoregge gli struzzi mentre tengono la testa sotto la sabbia? Calcio in culo.

Con il tempo aveva imparato ad affinare le strategie. Sotto il letto non ci stava più. Ma nemmeno in casa ci stava più. La madre che affoga la depressione nell’alcol, il padre in galera, il fratello scappato; una, due, tre, troppe tempeste da cui scappare. Giornate intere fuori, fuori, a nascondere la testa. Non voglio vedere, non voleva vedere. Giornate a vagare mani in tasca, o strette sotto le ascelle, un cazzo da fare, solo aspettare. Ma aspettare non portava niente, niente. Era come chiudersi in un rifugio mentre cadevano le bombe. Le esplosioni attutite, le crepe nel cemento, la polvere a intorbidire l’aria, poi uscire, sano e, merda, niente, lo zero. Ripartire ogni volta da zero. Salvo. Salvo che poi si ritrovava sempre solo, zero. Il padre dentro e fuori dalla galera, la madre in ospedale, zero.

Doveva inventarsi nuove strategie. Inventarsi di saper amare, di volere un futuro, inventarsi una vita normale. Nascondersi fingendo di non nascondersi. Corsi di studio interrotti, qualche storia sentimentale, molti amici. Una persona come tante. Ma poi quando le amicizie diventavano importanti, quando gli amori prendevano strane pieghe, il richiamo alla fuga prendeva il sopravvento. Strategie. Non aveva mai lasciato una ragazza ne abbandonato un amico, era sempre riuscito a farsi lasciare, abbandonare. Strategie, la testa sotto la sabbia mentre gli altri lo prendevano a calci in culo, e lui andava bene così, occhio non vede cuore non duole, e poi ripartire da zero.

Era riuscito addirittura ad avere dei figli, mentre nascondeva la testa sotto la sabbia. Forse pensava potesse essere anche un buon anticoncezionale, ma non era il pisello che nascondeva e il coito interrupto, notizia delle notizie, non sempre funzionava e così a volte la vita sembrava potesse quasi stanarlo, trascinarlo fuori da sotto il letto, non avere paura, non userò la cinghia, ma malgrado questo, malgrado una famiglia, dei figli, un lavoro, lui ancora riusciva a nascondersi. Lo faceva usandola lui, la cinghia, affogando nell’alcol le sue paure, lo faceva riproducendo le poche cose che la vita gli aveva insegnato, che la vita gli aveva lasciato. Famiglia è questo.

Questa era la sua storia. E ora eccolo lì, che annusa l’aria, sta per succedere qualcosa. Ma forse non è poi così necessario annusare l’aria. Basterebbe che guardasse davanti a sé per vedere che suo figlio gli sta puntando addosso una pistola. Zero, si chiama suo figlio: uno pseudonimo, il suo nickname. Lui non ci aveva mai fatto caso, non ci aveva mai dato peso, ma ora con suo figlio davanti che gli punta addosso la pistola si rende conto all’improvviso che forse stavolta non farà in tempo a nascondersi, e che dopo aver ricominciato tante, troppe volte, da zero, questa volta la sua vita finirà con Zero.

Hai finito di farmi del male, hai finito di nasconderti, papà.

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Nei tuoi racconti c'è sempre un sacco di energia negativa. Quella che preferisco. Segnala il commento

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Manuela Raganati ha votato il racconto

Esordiente
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Edward H. Louise ha votato il racconto

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MAQUET ha votato il racconto

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SteCo15 ha votato il racconto

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Bello, bello, bello!!!Segnala il commento

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gionadiporto ha votato il racconto

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isa ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Da Mary Poppins a Zero il salto è lungo, e pieno di insidie. Secondo me anche anche a te Sono mancate le battute. Scusa la franchezza....Segnala il commento

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Zeta Reader ha votato il racconto

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di Dalcapa

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