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Narrativa

ZONA DI CONTAGIO

Pubblicato il 25/03/2020

Tre vite, così diverse tra loro eppure così collegate. Venne il giorno, il giorno in cui il serpente strisciò attorno all’albero e maledì gli uomini e il mondo. Venne il giorno del contagio, venne il giorno della fine.

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I SOLDATI

« Mamma.» Matteo si fermò per qualche istante in mezzo alla strada, dimenticandosi completamente dei cadaveri che lo circondavano, e soprattutto ignaro degli individui in uniforme nera che in fila, in una marcia sincronizzata, si stavano avvicinando da terga con i mitra puntati su di lui.

« Piccolo mio, vieni qui da mamma.» Quello di sua madre fu poco più che un lieve sussurro. Sonia d’Aquino sorrise dolcemente, mentre scendeva le scale per poi giungere lentamente in strada tra cadaveri martoriati, con i volti gonfi e paonazzi; infetti che la circondavano tutto intorno, in quell’assurdo cimitero a cielo aperto. Quel suo sorriso era mellifluo, il sangue ai lati della bocca e degli occhi andava coagulandosi parzialmente, irrorato a sprazzi da nuove innaffiate.

Matteo ebbe l’impulso di raggiungerla ed abbracciarla, ma quegli occhi, quel ghigno.

Ad un tratto qualcosa sibilò a meno di un centimetro dal suo orecchio, lasciandogli l’eco di un fischio nel timpano. Qualcosa di molto piccolo perforò lo sterno di Sonia, fuoriuscendo poi dalla schiena. La donna vacillò ma non cadde. Guardò per un attimo il foro nel petto, con l’aria di non capire esattamente cosa fosse successo, poi rialzò lo sguardo verso il figlio, e per un attimo i suoi occhi tornarono normali.

« Salvati, figlio mio! » lo implorò angosciata. Ora, oltre al sangue, dei rigagnoli di lacrime le solcarono le gote, gli occhi di colpo divennero terribilmente afflitti.

L’espressione umana, dolente, che Sonia aveva sempre avuto, le tornò sul volto e Matteo fu certo che la sua vera mamma fosse finalmente tornata.

« Non sto ben…»

Un’altro proiettile sibilò, stavolta un po’ più distante dalla testa di un Matteo che non avvertì nemmeno l’istintivo, animalesco, impulso di scappare – ma solo cordoglio e disperazione alla vista di sua madre trasformata in una mostruosa maschera famelica e dolorante – andando a sfrecciare contro sua madre, perforandole il cranio proprio in mezzo agli occhi. Per Sonia D’aquino fu la fine. La donna ebbe un’istantanea espressione di sorpresa, poi sgranò gli occhi al cielo e si accasciò sull’asfalto.

Matteo rimase immobile a guardare sua madre. L’impulso che gli venne di raggiungerla fu soffocato sul nascere da una serie di passi ( dal rumore che facevano sull’asfalto doveva per forza trattarsi di stivaloni ) che marciarono ulteriormente fino a fermarsi dietro di lui.

Matteo si girò.

Erano tre uomini grandi e grossi, vestiti con una tuta nera dal tessuto palesemente spesso e pesante, come di velluto pesante, oscurante e impermeabile, un pezzo unico munito di un cappuccio che copriva anche tutta la testa. Erano completamente neri come i mitra che tenevano puntati in faccia al bambino di dodici anni. Indossavano strane maschere antigas, anch’esse nere, e spessi occhialoni a visiera grigio-scuri, sui quali la flebile luce del mattino riverberava debolmente.

I tre uomini ebbero come un ripensamento, si guardarono tra loro, poi quello nel mezzo estrasse una radiotrasmittente dal piccolo borsellino attaccato alla cinghia che gli cingeva la vita, e alla quale erano collegate una fila di grosse cartucce appuntite.

« Signore, abbiamo un civile. Sembra sano. » La voce dell’uomo suonò soffocata ed inquietante sotto la grossa maschera antigas.

L’uomo aspettò qualche secondo, gli altri due ai suoi lati continuavano a tenere Matteo sotto tiro. Il ragazzino non piangeva, non era nemmeno spaventato. Tutto ciò a cui aveva assistito, non le scene in cui suo padre ubriaco con una pesante manata colpiva sua madre in pieno volto, facendola caracollare al suolo con il naso sanguinante e quell’espressione che tuttavia rimaneva sempre la stessa: ottusa, rassegnata, quasi stolida; ma la scena in cui sua madre, con cascate di sangue che le uscivano da ogni orifizio e quell’espressione non più umana, bestiale, lo aveva aggredito, probabilmente con l’intento di ucciderlo. E poi la scena finale del suo momentaneo rinsavimento e la successiva morte. In Matteo qualcosa si era rotto, frantumato irrimediabilmente. In quel momento, davanti ai mitra puntati, non provò nessun tipo di emozione.

« Ma Signore… è un bambino… » stavolta la voce del soldato si permeò di incredulità, di titubanza che anche Matteo poté avvertire, ma poi ritornò ferma e piatta come prima, concludendo, prima di chiudere la comunicazione, con :« Va bene, Signore, eseguo.»

Il soldato, che durante la breve chiamata aveva abbassato di poco il mitra, tenendolo puntato al suolo, poggiato sulla coscia con una mano, alzò l’arma e la rivolse di nuovo contro Matteo.

Il ragazzino sentì improvvisamente un tuffo al cuore. Ecco di nuovo un’emozione, gli venne da pensare, poi chiuse gli occhi che bruciavano, sentendo una sottilissima lacrima attraversargli la guancia.

« Fermi, Polizia! » Una voce alle sue spalle. La riconobbe immediatamente: era Franco Doddi, il ” gentile poliziotto di quartiere ” come amabilmente lo definivano tutti.

I soldati puntarono di scatto le armi verso di lui. Matteo…

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Barbara ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Eva Melodia ha votato il racconto

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ipa ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Tanta roba: sangue, violenza, terrore, solitudine, puzzo di morte. Ma rimane "chiusa" nelle parole, che non riescono a parlare. Devi curare più il ritmo della narrazione, creare il suo "bisogno" di essere letta, la sua necessità di farsi ascoltare...Segnala il commento

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